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«Pelle di cuoio»: da italiani nuova cura contro la sclerodermia PDF Stampa E-mail
Attualità
Martedì 15 Giugno 2010 08:52
«Pelle di cuoio»: da italiani nuova cura contro la sclerodermia Viene chiamata malattia della pelle di cuoio. Adesso contro la sclerosi sistemica, patologia immunitaria detta anche sclerodermia perché provoca l`ispessimento dei tessuti, si stanno aprendo nuovi fronti terapeutici

Fonte: Il Sole 24 Ore
di Cosimo Colasanto

A guidare in Italia questo fronte sono ricercatori dell`Università Cattolica di Roma, capitanati da Gianfranco Ferraccioli.

Passa per le cellule B del sistema immunitario, finora considerate “spettatrici innocenti”, come spiega Ferraccioli, fra gli autori di una ricerca pubblicata su Arthritis Research & Therapy, la strada per sconfiggere la sclerosi sistemica, che colpisce uno ogni mille abitanti.

La sclerodermia è un ispessimento dei tessuti. In sostanza, alcune proteine che non vengono riassorbite si accumulano nei tessuti e li rendono meno elastici e più duri. Gli effetti non colpiscono sola l`epidermide esterna, quelli più seri e gravi sono sugli organi interni. Se ad esempio viene colpito il polmone, gli scambi di ossigeno sono resi sempre più difficili a livello degli alveoli; se la malattia colpisce il cuore, questo si indurisce e pompa in maniera inefficiente il sangue; se colpisce l’intestino, questo si svuota con difficoltà.

“Vi sono due forme di malattia - chiarisce Ferraccioli -. La prima, e più frequente, riguarda l’80% dei pazienti: è una forma detta limitata, con una progressione più lenta e meno aggressiva". La seconda variante, più rara, è la più aggressiva e interessa pazienti più giovani, che normalmente vengono trattati con alte dosi di cortisone e con farmaci antitumorali che "spesso non hanno altra prospettiva che quella di doversi sottoporre a prolungati cicli di terapie immunosoppressive citotossiche - sottolinea l`esperto - se non addirittura a un intervento terapeutico di trapianto di midollo”.

Nello studio pubblicato, che riguarda solo nove pazienti, mentre altri sono in corso di sperimentazione, il gruppo di Ferraccioli, con cui collaborano i ricercatori dell`Istituto di Istologia, ha individuato un obiettivo terapeutico che potrebbe essere colpito in maniera sistemica e non a livello del singolo organi. Se questo avviene entro 2-3 anni dall’esordio della malattia il risultato è decisamente importante.  “Abbiamo agito proprio sulle cellule B che, in caso di patologia, producono gli anticorpi contro costituenti dell’organismo e le abbiamo eliminate con un farmaco biologico, che - sostiene il reumatologo - ha prodotto risultati migliori rispetto ai trattamenti tradizionali che normalmente causano tanti effetti collaterali”.
 

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