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«La perdita dell'italiano orale». C'è sempre la parola giusta per dirlo PDF Stampa E-mail
Attualità
Martedì 15 Giugno 2010
«La perdita dell'italiano orale». C'è sempre la parola giusta per dirloBoom di libri e corsi per imparare a parlare in pubblico. "Ecco i segreti per farsi ascoltare in tutte le occasioni"

Fonte: La Stampa
di Mirella Serri

La donzelletta vien dalla campagna in sul calar del sole», ripeteva con voce stentorea la piccolina. Appena un po' più grandicella, correttamente declamava Virgilio: «Tityre, tu patulae recubans…» e, qualche tempo dopo, all'interrogazione della prof non farfugliava «il sentiero dei nidi di fango» al posto del «sentiero dei nidi di ragno» di Italo Calvino. Arrivata all'Università non confondeva nemmeno Guttuso con Gattuso, Proust con Prost, Carlo Emilio Gadda con il signor Gatta. Proprio così: aveva passato i suoi primi vent'anni ad arrotare le lame della memoria su poesie, nomi e date e pure a praticare la ginnastica di Cicerone, quella dell'eloquio in pubblico davanti alla maestra, all'insegnante di liceo, alla classe. E ora che succede? Altri tempi, altre memorie.

Da decenni tra i banchi è stato detto addio all'incubo degli anni migliori, alla poesia recitata a mente, e raramente nelle aule scolastiche e accademiche si riferisce ad alta voce, si riassume, si elabora con gli altri: meglio crocette e test, quiz a risposta aperta o multipla. E così siamo davanti all'inatteso fenomeno che gli esperti chiamano di «perdita dell'italiano orale». In altri termini stiamo diventando tutti come Totti (afasici), incapaci di parlare in pubblico. E allora, cosa fare? In Francia, da anni, nelle scuole si recita a soggetto, ovvero - come consiglia da sempre lo «scrittore-insegnante» Daniel Pennac - si ripetono e si interpretano testi vari; nelle Università inglesi e d'Oltreoceano i corsi di public speaking vanno per la maggiore e si insegna a confezionare un pubblico discorso.

Ora anche noi ci stiamo mettendo alla pari: stanno nascendo gli insegnamenti di comunicazione orale e arrivano i primi manuali, come «Parole che funzionano» (in uscita dal Centro di documentazione giornalistica) della giornalista e docente Elena Doni che ci svela tutti i segreti per sconfiggere questo analfabetismo. In Italia, infatti, il parlar diretto, sintetico e chiaro non fa parte della tradizione. Indro Montanelli lo diceva: «la lingua italiana è nata nel palazzo tra signori e cortigiani, dove era meglio il dire e il non dire». E così, nella forbice di questa incertezza, non abbiamo mai imparato a esprimerci correttamente e brillantemente nelle occasioni cruciali: dai battesimi ai matrimoni, dagli esami ai colloqui di lavoro. Ogni situazione specifica, sostiene infatti la Doni, merita un discorso elaborato ad hoc. Esistono regole e trabocchetti tra cui destreggiarsi per non finire come quel deputato che in Parlamento si espresse in termini di «paté d'animo» o come il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, che pronunciò «egìda» invece di «égida». I consigli per eccellere sono tanti.

Intanto, sviluppare la memoria: si può seguire il metodo di Seneca il vecchio, che ripeteva duemila nomi nell'ordine in cui erano stati pronunciati; o quello di Sant'Agostino, che recitava al contrario versi che gli erano stati detti poco prima. Basta, comunque, anche molto meno: si può leggere un brano di un autore che si ama e cercare di ripeterlo nel dettaglio. Se si ha un'inflessione dialettale, un buon esempio lo offrono le tecniche adoperate dal sindacalista Giuseppe Di Vittorio. Originario di Cerignola, riuscì a conseguire un italiano quasi perfetto, annotando su foglietti tutte le parole che non conosceva e la loro dizione. Per conquistare l'uditorio, di qualsiasi tipo pure se si tratta di un'occasione familiare, meglio evitare di leggere un testo scritto (Marco Travaglio ad «Annozero» non docet, è una fortunata eccezione). È opportuno, invece, procedere a braccio, dopo essersi preparati una traccia. Tenendosi alla larga dai discorsi generici ed entrando nello specifico, nella vita, nelle situazioni, negli hobby delle persone a cui ci si rivolge. Ma anche nelle pubbliche convention è essenziale conoscere in anticipo la tipologia degli interlocutori.

Sandro Pertini, quando dovette confrontarsi con i durissimi camalli, i lavoratori del porto di Genova, resosi conto di quello che lo aspettava, buttò via quello che aveva preparato seguendo solo l'intuito. Però lui era un fuoriclasse dell'arte oratoria. Non esagerare mai, poi, non urlare, non interrompere, non sovrapporre le voci, modello salotto di «Ballarò». Diffidando, in tutte le occasioni, della mimica alla Mussolini: gote a palloncino, mani sui fianchi, gesti incontrollati, mascella protesa in avanti. Meglio, infine, non essere prolissi come l'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga che, in un sol giorno, riuscì a fare sei esternazioni e circa cinque ore di orazione. Sosteneva Gillo Dorfles, gran esperto di costume: «saper arginare il discorso logorroico è una fatica improba». Mentre, invece, la storia è stata spesso lastricata di frasi lapidarie. «Una data che vivrà per sempre nell'infamia», enunciò Roosevelt il 7 dicembre 1941, quando l'Impero giapponese attaccò gli Stati Uniti. Se non siamo capaci di tanta intelligente concisione adottiamo la semplicità. Come Roberto Benigni alla cerimonia dell'Oscar quando esordì: «Voglio ringraziare i miei genitori, nel piccolo villaggio di Vergaio, in Italia, che mi hanno fatto il dono più bello, la povertà».
 

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