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| L'Italia degli stagisti seriali: "E non serve a trovare lavoro" |
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| Attualità |
| Mercoledì 09 Giugno 2010 08:50 |
Il 19 per cento ha fatto almeno tre stage e qualcuno ne ha anche più di cinque nel curriculum. Molti trasferendosi in un'altra città o pendolari. Alla fine sono sempre meno le occasioni in cui viene proposto un contratto di lavoro, per lo più precario. I risultati dell'indagine IsfolFonte: la Repubblica di Federico Pace Riprova, sarai più fortunato. Il messaggio con il quale si invita qualcuno a tentare di nuovo la buona sorte, sembra il crudele mantra che le imprese sussurrano, con iterazione ossessiva, alle orecchie dei giovani italiani. Tanto che siamo finiti per diventare una nazione di stagisti seriali con il 19 per cento dei giovani che si è ritrovato a farne almeno tre. A ripetere più volte quell'occasione, che dovrebbe essere unica come tutte le esperienze di scoperta, in cui ci si avvicina al mondo della aziende e ci si predispone a imparare. Spesso lasciando la propria città, da pendolare o sobbarcandosi anche i costi delle spese di soggiorno. Con poche probabilità di vedersi proposto un contratto di lavoro. Sono queste alcune delle evidenze dell’indagine realizzata dall’Isfol Orientaonline e dalla Repubblica degli Stagisti presentata oggi a Roma. L'indagine prende in analisi il profilo di quasi tremila giovani che hanno partecipato al sondaggio online. Quello dello stage è una promessa di formazione, e di passaggio alla vita attiva, che delude sempre di più, aiuta poco a comprendere e capire i funzionamenti dell'azienda e raramente permette di fare quel salto così complesso verso un primo impiego. Tanto che, alla fine, solo il 21 per cento riceve un'offerta di contratto e di questi solo il 2 per cento ha la "fortuna" che sia a tempo indeterminato. Per Domenico Sugamiele, direttore generale dell'Isfol, alla luce dei risultati, "andrebbero meglio meglio regolamentati gli aspetti relativi alla durata, limitandone la frequente reiterazione" e si dovrebbe prevedere l'"attestazione delle competenze acquisite da potere inserire nel libretto formativo di ciascuno". Tra marketing e relazioni esterne. Dai dati dell'indagine Isfol si ricava che di stage se ne fa uso soprattutto nell'area della comunicazione, nelle risorse umane e nell'amministrazione e finanza. Ma anche nella produzione e qualità e nella ricerca e sviluppo. Pochi, pochissimi ne fanno a meno. D'altronde se si scorrono i siti di offerte di lavoro se ne trovano molti. Forse troppi. Ci sono offerte di stage nel marketing, nell’analisi di costi industriali, come disegnatore Cad 3D, come business analyst, nell’ufficio acquisti, e nell’ufficio gestione sinistri, in program management, addetto controllo di gestione, risorse umane, sistemista Linux, Uffici acquisti con Sap. Ci sono grandi società automobilistiche, imprese dell’area delle assicurazioni, società di selezione, agenzie per il lavoro, società di lavoro interinale, telecomunicazioni, società importanti italiane nell’ambito dell’ottica, grande distribuzione organizzata. Tutto il sistema italiano produttivo. L'assenza del tutor. Il questionario sottoposto ai ragazzi era composto da una ventina di domande. Proprio l'obiettivo formativo sembra tra quelli che, in qualche modo, viene mancato. Il tutor aziendale, obbligatorio secondo i termini di legge, è un riferimento costante solo per il 49 per cento degli stagisti. Per l'altra metà non è altro che una firma sul progetto formativo o una figura poco presente. Con la valigia in mano. Molti sono i ragazzi che lasciano la propria città anche per un'esperienza di stage. Accade infatti al 26 per cento di trasferirsi in un'altra realtà urbana e a un altro 25 per cento di scoprire la complessità della vita dei pendolari. Queste scelte, non solo mostrano come in realtà ci sia una significativa quota di chi è disposto a muoversi, ma anche come tali occasioni abbiano delle ricadute economiche che finiscono per gravare spesso sullo stagista (o sulla sua famiglia). Per un pugno di euro. Oltre la metà degli stage non prevede alcun rimborso. Si tratta per lo più di piccole imprese (il 41,5 per cento). Nel 14 per cento dei casi non si superano i 250 euro e in un altro 17 per cento dei casi si rimane tra i 250 e i 500 euro. Se si fissa a cinquecento euro, la soglia del "buon" rimborso spese, allora si deve dire che accade solo in un caso su sei. Sono soprattutto le grandi imprese a offrire rimborsi "corposi", sono infatti le realtà aziendali con più di 250 dipendenti da sole a coprire il 45 per casi degli operatori che offrono oltre 750 euro al mese. Come finisce uno stage. Per lo più le offerte di lavoro arrivano in scarsa misura. Per oltre la metà si tratta solo di un saluto, una stretta di mano, e niente più. A circa sei su dieci (il 17 per cento) accade invece di ricevere una proroga, e da qui inizia già quella specie di iterazione che deforma e degrada l'esperienza dello stage. Solo all'8 per cento viene offerto un contratto, il 6 per cento si tratta di un contratto a tempo determinato. A questi si aggiunge il 13 per cento che si vedono offrire un contratto atipico. L'area funzionale in cui il rapporto tra assunzioni e inserimenti è più elevata è quella dei servizi informativi, dove il 24,3 cento degli stagisti viene inserito con qualche tipo di contratto. La serialità dello stagista. Ma appunto se è vero che uno stage, per lo più finisce, con una stretta di mano, è altrettanto vero che lo status di stagista non finisce quasi mai. Tanto che, come detto, solo poco meno della metà riesce a fermarsi a uno. Tutti gli altri "ricominciano" da capo. Il 32,7% ha fatto due stage, il 13% tre, il 3,9% quattro, l’1,2% cinque e lo 0,7% addirittura più di cinque. Così un ragazzo su cinque si ritrova a farne almeno tre durante quel tortuoso percorso di avvicinamento a un impiego. Più occupati nelle grandi imprese. Se si guarda nel dettaglio i risultati delle offerte, segnalano gli autori dell'indagine, ci si accorge che sono soprattutto le piccole imprese a non dare alcun seguito agli stage. Nel 54 per cento dei casi non hanno proposto ai tirocinanti né una proroga dello stage né tantomeno un contratto di lavoro. Più bassa la percentuale, ma sempre elevata, la quota di grandi imprese (il 42 per cento) che fa lo stesso. D'altro canto sono sempre le reatà aziendali più grandi a dare più occasioni agli stagisti. Sono queste che tendono a prorogare lo stage più di quanto accada nelle piccole, e inoltre sono quelle che, quando fanno un'offerta di lavoro, propongono per lo più un contratto a tempo determinato mentre la tipologia contrattuale più utilizzata dalle piccole è la collaborazione occasionale. Il dato viene confermato in qualche modo anche dai dati di Unioncamere. Le imprese private nel 2008 hanno ospitato 305 mila stage di cui 207 mila nei servizi. Soprattutto nell'alberghiero, nella sanità e servizi formativi privati, nei servizi avanzati alle imprese e nel commercio al dettaglio. Di questo gran mare solo il 9,4 per cento è la quota di stagisti che poi vengono assunti o vengono considerati dalle imprese "da assumere". Meno, molto meno di quanti fossero l'anno precedente: quasi il 13 per cento. Anche in questo caso sono le grandi imprese a offrire una concreta chance di lavoro: si trasforma in un'offerta nel 20,3 per cento di tirocini in imprese con più di 500 dipendenti. Mentre è solo il 6,8 per cento nel caso di aziende con meno di dieci dipendenti. Essenziale occasione per accedere alle pratiche del mondo del lavoro, scorciatoia per impiegare risorse a un costo irrisorio, trappola in cui si rimane ingabbiati. Gli stage in Italia sono tutto questo. Ma sempre meno l’occasione vera, nonostante il suo moltiplicarsi, per accedere a un vero impiego del lavoro. Elenora Voltolina, direttore responsabile di Repubblica degli Stagisti, ha avanzato la proposta di “istituire un database dei tirocini per renderne trasparente non solo il numero ma anche l’esito, e permettere agli aspiranti stagisti di conoscere in anticipo le condizioni e la qualità formativa dei percorsi offerti dalle aziende disponibili ad ospitare tirocinanti". |
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