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| Università di Stanford: creato un istituto di ricerca sulla compassione |
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| Attualità |
| Mercoledì 26 Maggio 2010 |
Negli ultimi anni gli aspetti prosociali del comportamento umano sono divenuti oggetto di indagine scientifica al confine tra evoluzionismo, etologia, genetica, neuroscienze, psicologia, filosofia, economia, sociologiaFonte: La Stampa di Rosalba Miceli Sotto l’impulso degli insegnamenti spirituali del Dalai Lama è stato creato recentemente presso l’Università di Stanford un istituto di ricerca interdisciplinare e di educazione sulla compassione e l’altruismo: “The Center for Compassion and Altruism Research and Education” (CCARE) che rappresenta la punta più avanzata in questo emergente campo di studi. Negli ultimi anni gli aspetti prosociali del comportamento umano sono divenuti oggetto di indagine scientifica al confine tra evoluzionismo, etologia, genetica, neuroscienze, psicologia, filosofia, economia, sociologia. L’empatia è l’esperienza alla base di tutte le forme attraverso le quali ci accostiamo a un altro. Empatia (letteralmente “sentire”) e compassione (soffrire insieme) costituiscono un circolo affettivo che si autoalimenta e si amplifica, rendendo sempre più ricco ed universale l’ambito di realtà a cui abbiamo accesso, includendo l’insieme degli esseri viventi, le piante, gli animali. E’ una estensione della coscienza, o per dirla con il Dalai Lama, una estensione della nostra mente. Ma come spiegare il movimento interiore che dall’empatia porta alla compassione? Che relazione esiste tra compassione e spiritualità? Le pratiche buddiste di meditazione possono essere adattate alla società occidentale, estraendo da esse un set di esercizi mentali senza connotati religiosi che cambiano il modo con cui le persone trattano gli altri? Quali meccanismi cerebrali entrano in gioco? Perché dopo una esperienza negativa alcuni perdono la fede in Dio e diventano pieni di astio e rabbiosi con il mondo intero, mentre altri, al contrario, acquistano la fede o la rafforzano, sviluppando un atteggiamento compassionevole verso i soggetti più deboli ed indifesi o addirittura per i propri nemici? Il Dalai Lama, Premio Nobel per la pace nel 1989, ha condotto un incontro pubblico con diversi ricercatori dell’Università di Stanford nel 2005 ed è stato insignito della laurea honoris causa in biologia all’Università di Roma Tre nel 2006. “La tradizione antica che collabora con la scienza moderna: ecco la mia visione dell’insegnamento e della ricerca”, disse in quelle occasioni, introducendo il concetto di etica circolare, non basata sul credo religioso, sulla letteratura di marca religiosa o su entrambe le cose, ma piuttosto sulle ricerche, sugli esperimenti condotti da scienziati attenti. Sottolineando il ruolo centrale della compassione nella vita umana e nella società, tipico della tradizione buddista, a Roma il Dalai Lama lanciò un appello: “Pensiamo di più, insieme alla parte scientifica, a promuovere l’etica e il cuore. Solo attraverso questa via si può vedere più chiaramente la realtà. Per questo serve una mente più compassionevole, più calma e con più empatia, elementi fondamentali per una vita felice, quella che io chiamo etica secolare”. Il Dalai Lama ha donato personalmente una cospicua somma di denaro per far decollare il Centro di Stanford. Altrettanto ha fatto il neurochirurgo James Doty, co-fondatore e direttore scientifico della nuova struttura. Ad essi si sono aggiunti altri filantropi, tra cui due investitori della Silicon Valley: Meng Tan di Google e Wayne Wu della compagnia di tecnologia medica Accuray. Thupten Jinpa, il principale interprete in lingua inglese dei discorsi del Dalai Lama, nonché dottore in filosofia, è una delle prime personalità che sono entrate a far parte del team di CCARE. “C’è stata finora poca attenzione sulle più costruttive e positive qualità della mente umana, e poca ricerca su come le persone possono essere educate a coltivarle” - sostiene Jinpa. Il punto di partenza, per una indagine scientifica, è una chiara definizione dell’oggetto di studio. Quindi, prima di tutto, sottolineano i ricercatori del Centro, bisogna intendersi sui termini. La compassione non è pietà - provare pietà a volte può essere quasi paralizzante - non è una forma di sentimentalismo, né di semplice tolleranza, bensì una esperienza interiore che orienta le energie personali e spinge all’azione. Ricerca ed educazione vanno a braccetto. CCARE ha avviato diversi progetti che spaziano dalla neuroeconomia, all’esame dell’attività neurale durante la meditazione in novizi e adepti del buddismo a studi in modelli animali. Jinpa ha messo a punto un protocollo (the compassion-cultivation training), essenzialmente un corso di otto settimane, che è usato e testato in un programma pilota su Google. L’educazione alla compassione implica la disponibilità a mettersi nei panni degli altri fino al punto di riconoscerne e condividerne la gioia, le speranze, le paure, la sofferenza; in ultima analisi, un percorso che porti a scoprire la vulnerabilità dell’esistenza dell’altro e, di riflesso, ad accettare anche la propria. |
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