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| Università, primo sì alla riforma. I ricercatori scendono in piazza |
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| Attualità |
| Giovedì 20 Maggio 2010 09:31 |
Varato il testo, a giugno il voto. Dal Fondo per premiare i docenti migliori alla mozione di sfiducia per i rettori. Sit-in al Senato: «Penalizza i giovani»Fonte: Corriere della Sera di Giulio Benedetti La riforma dell’Università del ministro Gelmini ottiene il via libera dalla commissione Istruzione al Senato. Norme più trasparenti per il reclutamento di professori, mandati a tempo per i rettori (massimo 8 anni), premi per i docenti migliori, contratti a termine per i ricercatori (non esisteranno più i ricercatori a vita). Dodici i voti a favore: Pdl, Lega, Gruppo delle autonomie. Nove quelli contrari, tutti del Pd. L’Italia dei Valori non ha partecipato al voto. Il ddl muove i primi passi tra le proteste. Nelle ultime fasi della votazione alcune centinaia di ricercatori, docenti e studenti venuti da molte università italiane hanno manifestato proprio davanti a Palazzo Madama per chiedere il ritiro della legge. «Le riforme non si possono fare senza le risorse »: è questo il messaggio che una parte del mondo universitario lancia al governo e al Paese. Senza risparmiare pesanti critiche all’opposizione, accusata di non aver fatto abbastanza per contrastare la riforma. Il clima resta teso. Per il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini c’è una «minoranza che paralizza gli atenei: gli studenti che protestano contro la riforma dell’università sono strumentalizzati da chi vuole mantenere lo status quo». L’opposizione cerca di recuperare la fiducia di sindacati e associazioni professionali. «Puntiamo a frenare questo provvedimento fino al ritiro o almeno ad apportare grandi cambiamenti fra Senato e Camera », hanno detto i senatori del Pd Vincenzo Vita, vicepresidente della commissione, e Maria Pia Garavaglia, aggrediti verbalmente da alcuni manifestanti. Tra i punti critici i tagli e il destino dei ricercatori. Per il ministro la riforma «consente ai ricercatori di poter ottenere due contratti triennali al termine di ciascuno dei quali ci sarà una valutazione e poi la possibilità di accedere all’abilitazione nazionale, quindi entrare di ruolo con una progressione di carriera o con uno scatto stipendiale nell’università; o ancora di lavorare all’interno della pubblica amministrazione o anche nelle aziende private». Ma per gli studenti venuti da molti atenei ciò non è affatto vero. Sui nuovi assunti con contratti a termine graverebbe infatti l’incertezza della conferma— anche in caso di valutazione positiva — per la mancanza di fondi. Più che sui singoli provvedimenti (in alcuni casi maggioranza e opposizione hanno lavorato insieme), sono soprattutto le prospettive economiche (continuerà blocco del turn over? E i tagli?) a preoccupare il mondo accademico. Il testo, che ha subito numerose modifiche in commissione, soprattutto ad opera del relatore Giuseppe Valditara, ora andrà in aula. Dovrebbe essere calendarizzato entro l’8 giugno. «Siamo soddisfatti perché il Parlamento ha potuto svolgere un ruolo decisivo — ha dichiarato il relatore— per migliorare il testo». Salta l’obbligo di cumulare 1.500 ore annue tra didattica e ricerca: la ricerca non dovrà essere certificata. I Cda non dovranno più avere obbligatoriamente il 40 per cento di membri esterni. I rettori inadeguati potranno incorrere in una mozione di sfiducia da parte del Senato Accademico (maggioranza di 3/4). Scatta la valutazione di docenti e ricercatori. Ogni tre anni il personale dovrà presentare una relazione sul proprio operato e se la valutazione sarà negativa salteranno gli scatti di stipendio. I soldi risparmiati serviranno a premiare i docenti migliori. I provvedimenti disciplinari a carico del personale verranno decisi dai singoli atenei, attraverso un collegio di disciplina. |
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Varato il testo, a giugno il voto. Dal Fondo per premiare i docenti migliori alla mozione di sfiducia per i rettori. Sit-in al Senato: «Penalizza i giovani»







