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Blockbuster in ginocchio, la probabile bancarotta è colpa del Web? PDF Stampa E-mail
Attualità
Mercoledì 24 Marzo 2010
blockbusterDvd e pop corn per portare il cinema nei salotti di tutto il mondo: quella di Blockbuster sembrava la classica favola del business a stelle e strisce, capace di conquistare i cinque continenti con un’idea semplice ma ben congeniata

Fonte: Panorama
di Roberto Catania

Almeno fino a martedì scorso, quando da Dallas - sede storica della società - è arrivata la notizia che non ti aspetti: l’azienda potrebbe ricorrere al famigerato Chapter 11, la legge che negli Stati Uniti disciplina la bancarotta.

Non significa fallimento, ma è comunque il sintomo di una crisi molto profonda. Una crisi di liquidità, precisano dagli Stati Uniti, che porterebbe la società a chiedere la “protezione” della bancarotta. Solo nell’ultimo quarto dello scorso anno – fa notare il New York Times – la società ha perso 435 milioni di dollari, portando il suo debito complessivo a oltre un miliardo di dollari.

Ma cosa si nasconde dietro al tracollo di un gigante che contava fino a qualche tempo fa 6500 punti vendita del mondo, facendo tremare persino i giganti di Hollywood? Il cinema in formato casalingo non tira più? Per niente. C’è solo più offerta di un tempo. Nei grandi magazzini americani i chioschi per noleggiare film ormai spuntano come funghi, ma soprattutto ci sono le nuove realtà del web, dai servizi di noleggio online come Netflix, ai più classici store virtuali come iTunes e Amazon. E poi c’è la tv via cavo, che sta facendo passi da gigante anche nelle proposte cinemtografiche e sulla quale c’è ormai l’interesse di tutti i grandi big dell’hi-tech, Google compreso.

E in un mercato che cambia molto rapidamente, Blockbuster non ha saputo sviluppare un’efficace alternativa al classico noleggio da scaffale, dosando al minimo i propri investimenti nel settore digitale. “In periodi come questi bisogna mantenere un approccio conservativo”, ha rivelato il CEO della società Jim Keyes, ammettendo che la compagnia si è mossa con più cautela rispetto al suo potenziale competitivo. “Una presa di posizione abbastanza drammatica per una società che non ha mai maturato una strategia digitale”, commenta Dan Rayburn in questa analisi severa.

Gli accordi per uscire dal solito canale distributivo, in teoria, ci sarebbero pure. Con TiVo, ad esempio, Blockbuster ha in atto una partnership per portare il suo catalogo nei videoregistratori digitali di nuova generazione. Al momento, però, sono circa un migliaio i titoli a marchio Blockbuster, di cui solo 26 in HD; per avere un raffronto basti pensare che Apple ha già piazzato su iTunes più di 2500 film in alta definizione.

Ci sarebbe poi un accordo con un operatore telefonico per trasferire alcuni dei titoli di maggior successo sui cellulari. Una scelta piuttosto discutibile se si considera lo scarso successo riscosso finora dai servizi che propongono il download di contenuti musicali sui dispositivi mobili.

Ci vorrebbe ben altro insomma per risollevare un business che non può essere quello dello status quo pre-Internet. E possibilmente prima che i debiti facciano calare i titoli di coda.
 

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