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| Università italiana. Non passa lo straniero, persistono i disagi |
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| Attualità |
| Venerdì 29 Gennaio 2010 09:11 |
L'oggetto della nostra indagine non riguarda tanto gli studenti in “transito” per un periodo limitato, quanto invece gli stranieri che hanno scelto il nostro paese per sostenere l'intero corso di studi, fino alla laureaFonte: Unimagazine di Antonino Reina Questione di attrazione, scrisse qualcuno. O meglio, di poca attrazione. Lo scarso richiamo dell'Università italiana nei confronti degli studenti stranieri non è un segreto. Basterebbe riportare le deludenti cifre che, tra il 2004 e il 2006, hanno relegato il nostro paese agli ultimi posti tra i membri Ocse per numero di studenti di diversa nazionalità: solo 41mila stranieri ospitati, contro i 305mila del Regno Unito, i 183mila della Germania e i 181mila della Francia. Con percentuali, di conseguenza, impietose: solo il 2%, da noi, sul totale degli iscritti, contro il 28% degli USA , il 14% del Regno Unito e l'8% della Francia. Basterebbe, ancora, ricordare la sonora bocciatura inflitta all'Università italiana dai 1500 studenti stranieri interpellati dall’associazione Erasmus Student Network Italia o l'atto d'accusa dell'ambasciatore americano uscente, Donald Spogli, che ha denunciato senza troppi giri di parole il ritardo del nostro sistema universitario ed il suo declassamento internazionale. Lo stesso, poco lusinghiero, risultato confermato dal World University Rankings 2008, graduatoria che mette in fila le migliori università del mondo per prestigio tra gli accademici e capacità di attrarre studenti stranieri, che vede nelle prime 200 posizioni la sola presenza della nostra Bologna. I motivi per essere fiduciosi, tuttavia, non mancano: nel 1998 la percentuale di stranieri iscritti era ancorata all'1,2% degli studenti totali, rispetto al 4,8% della media Ocse, e nel 2000 il numero dei ragazzi provenienti dall'estero non superava ancora le 20mila unità. Nel 2007-2008, l'ulteriore impennata a 51mila, come rivela il rapporto Censis 2009. Sembra, insomma, definitivamente superata la flessione negativa registrata negli anni ‘90, soprattutto a danno di asiatici e americani. Se di bicchiere mezzo pieno deve parlarsi, dunque, è opportuna un'analisi approfondita, con una precisazione: l'oggetto della nostra indagine non riguarda tanto gli studenti in “transito” nei nostri Atenei per un periodo limitato, quanto invece gli stranieri che hanno scelto il nostro paese per sostenere l'intero corso di studi, fino alla laurea. Necessario dunque, partire proprio dai dati relativi ai laureati nell'anno 2006, secondo il rapporto 2007 del Ministero dell'Università e Ricerca: 5027 sono gli stranieri ad aver tagliato l'agognato traguardo. Parte da leone, con i suoi 939 neo-dottori, è riconosciuta alla facoltà di Medicina, seguita da Economia (775), Lettere (534) ed Ingegneria (469); solo 313, invece, i laureati in Lingue e 278 in Giurisprudenza. Curiosità anche sulla provenienza dei laureati: i dati MIUR rivelano che 2055 sono europei extracomunitari, 1617 europei comunitari, 447 asiatici e 402 africani. Stupisce, invece, l'esiguità del numero dei “graduati” nordamericani: solo 111 studenti. Interessante anche il dato relativo alle nazionalità dei neolaureati: ben 883 albanesi, 660 greci, 224 croati e 210 rumeni; tra le nazioni extraeuropee, 155 camerunensi e 94 israeliani. Pochissimi, invece, inglesi (32) statunitensi (46), giapponesi (9). Numeri confermati dal rapporto Censis, che individua in albanesi, greci, rumeni e cinesi le colonie estere più nutrite tra gli iscritti all'Università italiana. L'ultimo dato ha a che fare, invece, con la scelta regionale degli studenti venuti dall'estero. Tutte al Centro-Nord le sedi accademiche più gettonate dagli stranieri, come rivela una classifica stilata dall’ente indipendente di ricerca sociale e politica Vision: Politecnico di Torino, Università Bocconi di Milano, Università di Trieste, Politecnico di Milano, le prime università italiane per presenza di studenti stranieri in rapporto agli iscritti totali, seguite da Urbino, Bologna, Trento, Genova, Camerino e Brescia. Indagine completata dal Censis, che mette in luce come più della metà degli studenti di altre nazionalità siano assorbiti dagli atenei laziali (9.715 iscritti), lombardi (8.898) ed emiliani (7.064), con una nuova, incoraggiante, attrattività delle università piemontesi, abruzzesi e calabresi, che hanno visto crescere del 100%, nel biennio 2007-2008, le iscrizioni estere. E preoccupanti cali, invece, in Campania, Sicilia e Puglia. Messe da parte le cifre, è d'obbligo dedicarsi a raccogliere la voce di chi, il difficile passo del trasferimento in Italia, ha voluto compierlo: “Le difficoltà iniziali sono innegabili - spiega Aleksander Zenunllari, venticinquenne albanese iscritto al corso di Laurea specialistica in Relazioni Internazionali dell'Università Roma Tre- soprattutto per quanto riguarda la lingua. Per l'ammissione al corso di laurea è necessario sostenere un esame di italiano e, successivamente, durante il corso universitario, non si tiene quasi mai conto delle difficoltà di comprensione. Non ci sono nemmeno agevolazioni particolari, se non quelle dipendenti dalla bassa soglia reddituale”. Aleksander parla un italiano perfetto, ed è, per sua stessa ammissione, uno studente “speciale”: “Ho frequentato il liceo bilingue di Tirana, italiano ed albanese ed è per questo che non ho avuto bisogno di sostenere corso di lingua ed esame preliminare per l'iscrizione alla vostra Università. Mi trovo bene a Roma, dove studiano almeno un centinaio di miei connazionali e tantissimi studenti stranieri”. Il ragazzo ci conferma che l'approdo in Italia segue ormai dei flussi consolidati, che riguardano pure la scelta della facoltà: "Si sa, ad esempio, che i greci vengono qui per studiare Medicina, come anche gli egiziani, che i palestinesi scelgono solitamente Medicina o Ingegneria. Noi albanesi siamo iscritti maggiormente in Scienze Politiche o Economia; un ruolo importante nella decisione di trasferirsi è affidato al passaparola dell'amico, perchè non c'è una grande promozione da parte delle Università italiane in Albania". Ad Alexsander è affidato il compito di spiegarci il motivo della scarsa attrazione delle facoltà giuridiche e umanistiche: "Nessuno di noi vede utile una facoltà in cui il sapere non potrà essere speso in patria. Così, ad esempio, la laurea in Giurisprudenza non verrebbe riconosciuta in Albania, sarebbe necessario sostenere altri esami per la convalida del titolo. Come anche una laurea in Lettere, potrebbe servire solo a chi decidesse di insegnare qui in Italia, ma tutti noi abbiamo il miraggio del ritorno a casa, anche se solitamente non avviene”. Chi ha compiuto una scelta ancora più coraggiosa è il ventiduenne giapponese Genki Tawara. La storia di Genki, iscritto da un anno alla Facoltà di Lingue Straniere dell'Università di Catania, è davvero singolare: “Siamo solo in tre i giapponesi nella città etnea, la grande maggioranza dei miei connazionali studia a Perugia, all'Università per Stranieri. Conobbi un professore italiano, che mi convinse a trasferirmi. Studiavo Pedagogia a Tsukuba, un'ora da Tokio, ma il passaggio alla corrispondente facoltà di Scienze della Formazione non si rese possibile, perchè i contatti avvennero con la Facoltà di Lingue che risolse tutte le faccende burocratiche". Una esperienza di vita per il giovane, condita da qualche disagio: "A Catania il corso di lingua italiana è organizzato solo per gli studenti in Erasmus. Dopo aver parlato con la segreteria, sono riuscito ad ottenere il permesso a frequentarlo, ma solo come uditore, senza la possibilità di ottenere una certificazione. Non come avviene a Tokio, dove agli studenti stranieri viene data grande assistenza. Anche per l'alloggio ho dovuto provvedere da me, con notevoli spese”. Difficoltà che riguardano anche altri Atenei della Penisola. Così a Camerino, Università al di sopra della media nazionale, con un 10% di stranieri di iscritti e una forte presenza di Greci. In cui ha fatto discutere l'approvazione di un Regolamento Generale di Ateneo che all'art. 30 stabiliva, nell'ambito del Senato Accademico e del Consiglio di Amministrazione, la sola eleggibilità di studenti elettori in possesso della cittadinanza italiana. Che le condizioni dei ragazzi venuti dall'estero non siano agevoli è confermato da chi, con il suo lavoro, è divenuto un vero punto di riferimento per gli stranieri. Maria Sanfilippo, della Scuola Superiore dell'Università di Catania, racconta che le difficoltà vanno ben oltre la didattica: “Non esiste, all'Università di Catania, un ufficio che si occupa dell'inserimento degli studenti di altri paesi. Ed è paradossale, perchè la Sicilia richiama un buon numero di stranieri, da tutta l'area mediterranea: ci sono tunisini, marocchini, una nutritissima colonia egiziana. Le pratiche per il rilascio del permesso di soggiorno sono un vero rompicapo: ai ragazzi viene consegnato un plico con la istruzioni in lingua italiana, e non c'è nessuno che spiega loro il significato. Potrebbero rivolgersi ai patronati, se solo sapessero cos'è un patronato. In più, all'Ufficio per l'Immigrazione non c'è una persona che parla in inglese. Abbiamo bisogno di un servizio di mediazione culturale, di aprirci in maniera seria all'internazionalizzazione. E, a livello didattico, curare la presentazione dei programmi e dei master, senza limitarci all'invio di materiale informativo, perchè la miglior prmozione è l'incontro con gli studenti stranieri”. |
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