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La ripresa dopo il terremoto. L'Aquila ricomincia dall'università
Attualità
Mercoledì 20 Gennaio 2010
uniaquilaLa prima notizia è di quelle buone: l'università dell'Aquila è viva e vegeta

Fonte: Il Sole 24 Ore
di Mariano Maugeri

Il terremoto di magnitudo 6.3 che nella notte tra il 5 e il 6 aprile 2009 ha squassato la terra inghiottendo 308 vite umane, tra cui 55 studenti, non ha liquidato l'istituzione che regge le sorti economiche e culturali della città.
La controprova è quella degli iscritti e immatricolati nelle nove facoltà aquilane, che tra qualche mese, con il conteggio finale dei trasferimenti, dovrebbe toccare i 23mila studenti. Erano 27.500 meno di un anno, alle 3,32 del sei aprile, un minuto prima della scossa sismica che ha cambiato la vita degli aquilani e di molti di coloro che si precipitarono nella città ai piedi del Gran Sasso nelle ore immediatamente seguenti al terremoto. Da allora la domanda che si è ripetuta milioni di volte è sempre stata la stessa: ce la farà l'ateneo aquilano a rialzarsi? Torneranno gli studenti? Si farà in tempo a riorganizzare la didattica, le mense, le biblioteche? Le tre risposte sono quasi del tutto affermative.
La decisione del ministero e dell'ateneo di rendere gratuita l'iscrizione per tre anni, a patto che si superino però un minimo di due esami, ha favorito l'adesione massiccia degli studenti. Sulla didattica lo sforzo dei docenti è stato eccezionale. Con l'aiuto del ministro dell'Istruzione («Il ministro Gelmini ci ha sostenuto in tutti i modi», dice Giusi Pitari, la prorettrice dell'ateneo soprannominata "professoressa coraggio" per i sit in di protesta organizzati insieme con gli studenti contro la mancata apertura della casa dello studente di Casale Marinangeli, una struttura antisismica collaudata nel 2001 e mai resa disponibile dal comune, si veda il Sole 24 Ore del 18 maggio) si sono riorganizzate a tempo di record le lezioni in tutti gli istituti universitari. Un obiettivo non facilissimo da raggiungere, se si pensa che la facoltà di Ingegneria di Roio, solo per fare un esempio, è totalmente inagibile.
Il punto però è un altro: i 19 moduli abitativi provvisori (Map) che ormai circondano l'Aquila sono stati costruiti unicamente per la popolazione rimasta senza casa. Scelta più che ovvia. E gli studenti? La città dell'Aquila così come l'abbiamo conosciuta fino al 6 aprile di un anno fa non esiste più. E il centro storico dell'Aquila era il campus all'italiana dove viveva la gran parte dei circa 13mila studenti residenti. Quel centro storico è ormai impacchettato e transennato con robusti tubi Innocenti, compresa la storica e bellissima chiesa di Collemaggio. I ritardi dell'amministrazione comunale sono evidenti: ancora non si parla neppure di un progetto di recupero, di cosa salvare e demolire. Risultato: ormai gli studenti residenti hanno acquisito lo status di pendolari. Le dislocazioni sono le più varie: moltissimi ad Avezzano, 50 chilometri dall'Aquila, altri sparsi intorno al capoluogo: Scoppito, Montereale, Capitignano, Torimparte.
Le regione Abruzzo e i comuni hanno organizzato un servizio di trasporto minimamente efficiente e gratuito, almeno in questa fase, attingendo 5 milioni dai 16 messi a disposizione per la costruzione della nuova casa dello studente. Ma il tempo sprecato per andare e tornare si può calcolare anche in due o tre ore al giorno, compreso quello necessario per raggiungere le sedi universitarie sparse in città. Per non parlare di mense e biblioteche, gli spazi comuni che dovrebbero essere l'agorà dell'ateneo. All'Aquila l'unica cucina della mensa universitaria è fuori combattimento e il personale in cassa integrazione. I pasti più o meno caldi che si consumano sotto una tenda arrivano da Sora, provincia di Frosinone. Tanto che all'Aquila in molti si chiedono perché la Protezione civile, che senza dubbio ha dato prova di grande efficienza, non abbia allestito due Map da adibire a mensa e biblioteca universitaria.
Proprio ieri è arrivata la risposta ad alcune di queste domande: 3,2 milioni donati dal Canada durante il G-8 sono stati destinati a un centro polifunzionale per l'ateneo, una sorta di primo nucleo del nuovo campus universitario che sorgerà a Coppito. A quello canadese se ne aggiungerà un altro, sempre polifunzionale, per un controvalore di 1,4 milioni costruito con i fondi raccolti dalla Coca Cola.
La risposta che proprio non è arrivata è quella dei posti letto pubblici garantiti dall'ateneo. Duecentoquaranta erano prima del terremoto, 240 sono rimasti. I 120 della casa dello studente di via XX Settembre crollata su se stessa (dieci studenti morti) è stata rimpiazzata dalla casa donata dalla regione Lombardia. Gli altri 120 posti sono stati allestiti in fretta e furia presso la foresteria della scuola superiore Reiss Romoli dell'Aquila, miracolosamente indenne dal terremoto e che ormai funge da base operativa sia per la didattica sia per l'amministrazione dell'ateneo.
Troppo poco. C'è voluta la minaccia di dimissioni del rettore, che ha preso carta e penna e ha scritto una lettera di protesta al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per mobilitare la Protezione civile che entro febbraio renderà disponibili i 400 posti letto della caserma Campomizzi, ristrutturata a tempo di record per ospitare gli sfollati. Il problema sta sempre nella fragilità delle istituzioni locali. Le tre aziende per il diritto agli studi universitari (Adsu) abruzzesi, compresa l'Adsu dell'università dell'Aquila, cui tocca costruire e gestire le case dello studente, sono state commissariate. Il ministero, anche in questo caso, ha supplito alle carenze operative e alla mancanza di fondi aprendo una linea di credito di 16 milioni presso il Cipe per la realizzazione di una nuova residenza universitaria. Unica precondizione: la redazione di un progetto a cura della regione Abruzzo.
Spiega Francesco D'Ascanio, capo della Pianificazione territoriale della regione e commissario dell'Adsu aquilana: «A giorni incontrerò Emanuele Fidora, capo di gabinetto del ministro Gelmini, per decidere come precedere. Noi siamo pronti a partire, ma non so neppure se i quattrini siano effettivamente utilizzabili».
E siamo all'ultima notizia, che non è buona come la prima: c'è il solito ping pong tra regione, comune e ministero, come se la morte dei dieci studenti seppelliti dalle macerie della casa dello studente di via XX Settembre e quella degli altri sei sprofondati nel palazzo di via Campo di Fossa al civico 6 non avessero insegnato nulla.
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