Banner

Iscrizione Newsletter

Per ricevere periodicamente la nostra newsletter iscriviti inserendo il tuo indirizzo e-mail. Attenzione: il servizio è attivo solo per le caselle @campus.rieti.it rilasciate con la University Card.


I nostri ricercatori all'estero. L'intervista ad una connazionale in Inghilterra PDF Stampa E-mail
Attualità
Mercoledì 13 Gennaio 2010 10:25
sheffieldPerché i giovani ricercatori scappano all’estero. Con questa intervista, raccogliamo una testimonianza preziosa di chi lavora in Inghilterra, per necessità e passione

Fonte: Il Mediano
di Ciro Teodonno

Il nostro viaggio nella scuola e nell’università si sviluppa ed evolve come un frattale, aprendoci a prospettive e problematiche sempre nuove e talvolta inattese. Ciò che risulta comunque evidente è il fondamentale ruolo ricoperto da istruzione e ricerca in ogni paese civile.
Scendiamo quindi ancora più nello specifico, abbiamo infatti deciso di andare più a fondo nella questione ed entrare nella vita lavorativa e professionale di chi ha deciso di emigrare per realizzare un suo progetto di ricerca e di vita in un paese straniero.

Abbiamo interpellato la dottoressa Marta Milo, ricercatrice nel campo della bioinformatica e biologia computazionale presso la facoltà di medicina dell’università di Sheffield in Inghilterra, per farci raccontare in prima persona l’esperienza di un ricercatore italiano all’estero. La nostra connazionale svolge la maggior parte della sua attività di ricerca con l'unità di ricerca biomedica per le malattie cardiovascolari.  

Dottoressa quali sono state le vicissitudini che l’hanno portata nel Regno Unito?
«La ragione primaria per aver lasciato l’Italia è sicuramente perché volevo mettermi in gioco, volevo provare a camminare con le mie gambe. Inizialmente, mi ha spronato a partire la mia sete di conoscenza, la curiosità di vivere e studiare in una realtà diversa e principalmente cercare di capire fino a che punto volevo e potevo veramente fare questo lavoro. Poi, la situazione in cui versava, allora e purtroppo tutt’ora, la ricerca italiana mi ha fatto decidere di restare nel Regno Unito. Durante gli anni di studio del dottorato, mi sono resa conto che avevo bisogno di uscire dai confini del mio piccolo mondo ovattato, per allargare le mie conoscenze personali e scientifiche.

Ho avuto la fortuna di trovarmi al posto giusto nel momento giusto e partecipare ad un paio "corsi specialistici" organizzati da un gruppo di professori e ricercatori britannici e americani. Dopo aver fortemente imposto la mia decisione ai miei professori di allora, sono partita per un periodo di 8 mesi di studio a Cambridge, UK. Questi mesi sono stati fondamentali per la mia crescita scientifica e personale. Mi hanno dato la possibilità di far crescere ed assecondare la mia sana, ma quasi ossessiva, curiosità di conoscere ed indagare.

Mi hanno aiutato a capire cosa veramente significa fare ricerca e che era quella la strada che volevo provare a percorrere. Sono rientrata a Napoli, ma la completa assenza di meritocrazia, i favoritismi, una continua e pesante assenza di fiducia e supporto dei professori nelle idee proposte che non erano quelle portate avanti da loro, precariato a limiti dell’insostenibile ed una completa assenza di programmi di finanziamento per giovani ricercatori, mi hanno portato a dirigermi all’estero».

Cosa suggerirebbe ai colleghi che s’accingono ad affrontare la sua stessa carriera?
«Sicuramente il suggerimento più importante è quello di capire bene fino a che punto si è pronti a fare ricerca. Fino a che punto si è disposti a sacrificarsi per la passione di perseguire idee e obiettivi, che non sempre sono facili da sostenere. La ricerca è un lavoro sì, ma è principalmente una passione, quasi una necessità per potersi realizzare come persona. Così come diceva Primo Levi, per me è una maniera di esercitare la propria libertà, contribuendo alla crescita globale della conoscenza, con la competenza nel proprio lavoro, ma senza mai perdere il piacere di svolgerlo.
Il ricercatore è “il precario” per eccellenza, un po’ per scelta, un po’ per necessità, un po’ per costrizione.

Sempre alla ricerca di fondi per continuare le proprie ricerche, sempre in giro per poter comunicare i propri risultati, ma anche collaborare per generarne altri. Il ricercatore non ha orari e non ha confini. La ricerca si muove in giro per il mondo, ai giovani che si accingono ad affrontare questa carriera, dico proprio questo: di muoversi all’inizio per apprendere tecniche e modalità di ricerca svolte in altri istituti e poi farle proprie.

Vorrei, però, aggiungere che sono proprio i giovani che hanno la possibilità di cambiare il sistema e cercare di portare la ricerca italiana, svolta in Italia, allo stesso livello di quella svolta negli altri paesi.
Se mi chiedessero di tornare in Italia, sicuramente tornerei, ma non prima di aver visto un principio di cambiamento non solo a livello locale, nelle università, ma anche e principalmente a livello governativo».

Ne è valsa la pena?
«Senza dubbio. Non è stata una scelta facile, come non è facile vivere lontano dalla tua terra, dalla tua gente, dalla tua cultura. La ricerca però è la mia passione, sono contenta di aver messo in discussione le mie capacità, di aver perseguito caparbiamente le mie idee, di aver fatto compromessi e sacrifici pur di rincorrere le mie ambizioni. Mi reputo fortunata perché ho lavorato e lavoro duramente, ma sono riuscita a realizzare alcune delle mie idee. Spero di poter continuare a realizzare tutte le altre che verranno, sempre con competenza e passione. Sì è vero, vivo ed esercito il mio contributo nel Regno Unito, ma sono italiana e la mia ricerca, il mio apporto intellettuale resta un contributo della ricerca italiana. Come me ci sono tantissimi altri ricercatori italiani, non solo nel Regno Unito, che orgogliosamente sostengono il contributo della ricerca italiana nel mondo».
 

© 2008-2011 Sabina Universitas - Polo Universitario di Rieti S.C.p.A.
P.I. 00982440570 - Tutti i diritti riservati.