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| Psicologia. Il segreto del ritornello: così ci entra nel cervello |
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| Attualità |
| Giovedì 07 Gennaio 2010 09:43 |
Uno studio pubblicato sul British Journal of Psychology svela il mistero dei "bachi dell'orecchio". "I tentativi di cancellarli fanno raggiungere l'effetto contrario. Meglio distrarsi", dicono i ricercatoriFonte: la Repubblica di Elena Dusi Più si cerca di scansarlo e più insiste. Di fronte al ritornello "non riesco a cacciarlo via dalla testa" (non a caso un titolo della cantante Kylie Minogue) la tecnica migliore è allora quella di arrendersi. Di assoggettarsi alla melodia che suona e risuona compulsivamente nel nostro cervello fino ad arrivare a schiarirsi la gola e iniziare a cantarla davvero. La versione reale, nella maggior parte dei casi, sarà talmente repellente da scacciare il disco interno che si era incantato. Paradossi a parte, la psicologia ha trovato nella "scienza del tormentone" un campo di ricerca assai più ricco (e misterioso) di quel che pensasse. E Phil Beaman, professore dell'università di Reading, ha deciso di far uscire il fenomeno del "disco incantato" dall'aneddotica dedicandogli una ricerca ora pubblicata sul British Journal of Psychology. "Come per ogni pensiero ossessivo - spiega nell'articolo scritto insieme al collega Tim Williams - i tentativi di esercitare il controllo della mente per cancellarli non fanno che rafforzare il pensiero stesso". Meglio allora, suggerisce il ricercatore, tenersi il ritornello e aspettare che passi da sé. Beaman e Williams hanno cercato di penetrare nel segreto degli "Ohrwurm" (il termine tedesco usato per primo per descrivere i "bachi dell'orecchio" che si insinuano in fondo alla testa) in modo molto divertente: andando a intervistare un centinaio di persone nella sala d'aspetto della stazione dei treni di Reading o tra i viali dei Forbury Gardens. Praticamente tutti (le statistiche variano tra il 97 e il 99 per cento) avevano sperimentato il fenomeno del "baco" almeno una volta nella vita. E i caratteri ansiosi o nevrotici erano più suscettibili all'"infezione". Ovviamente, i motivetti delle pubblicità o di alcuni show televisivi risultavano in testa alla classifica delle musiche più appiccicose, insieme a vari successi di pop. Raramente, i bachi di due persone coincidevano, o la stessa persona veniva contagiata due volte dallo stesso tarlo. Tra i tentativi di cacciare il tormentone, alcuni riferivano delle strategie sui generis: meditare, mettersi a lavorare, andare a dormire, bere alcol. In uno studio precedente, il ricercatore di marketing dell'università di Cincinnati James Kellaris citava anche l'annusare cannella (evidentemente una strategia chiodo schiaccia chiodo, in cui una sensazione olfattiva ne cancella un'altra uditiva) o il mettersi a praticare arti marziali. Ogni strategia, probabilmente, risulterà fallimentare. Ma non è questo il punto, visto che i tormentoni spariscono in genere dopo uno o due giorni al massimo e raramente sono vissuti come un problema. Lo sguardo gettato da Beaman e Williams nella tana dei "bachi" ha scoperto piuttosto altri aspetti interessanti. Come quello che i tormentoni riprodotti dalla corteccia uditiva del cervello (senza coinvolgimento alcuno dell'apparato auricolare) possono durare più a lungo rispetto alla capacità della nostra memoria uditiva, che consiste nel saper ripetere (questa volta in maniera consapevole e controllata) un brano appena ascoltato. "Probabilmente - spiegano i due psicologi - i tormentoni scattano riattivando dei meccanismi della memoria a lungo termine e non semplicemente facendo ricorso alla memoria uditiva". Che ricade invece fra i sistemi di memorizzazione a breve termine. Questa spiegazione concorda anche con un'altra osservazione degli psicologi di Reading, secondo cui non basta che il motivetto sia accattivante e ben congegnato. Affinché diventi un "baco" deve essere anche molto familiare. E così, fra gli adulti intervistati nel parco e nella stazione della città inglese, non è mancato chi abbia citato filastrocche per bambini o canzoni di Natale fra i tormentoni ripescati da chissà quale anfratto dell'iPod del nostro cervello. |
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