Internet. Chi scarica illegalmente “paga”. Anche se non lo sa
Attualità
Venerdì 11 Dicembre 2009 11:01
ethernetFurbo, confuso, disinformato: si presenta così il pirata medio italiano. Una figura che ha un’alta considerazione delle proprie abilità informatiche e che - proprio per questo – ne sottovaluta i rischi

Fonte: Panorama
di Roberto Catania

Ce lo dice una ricerca condotta da Euromedia Research in collaborazione con l’Università Iulm per conto di Univideo, l’Associazione che raggruppa le principali aziende italiane dell’industria dell’audiovisivo.

L’indagine – che si è concentrata su un campione della popolazione italiana tra i 15 e i 50 anni – ha evidenziato innanzitutto la portata del fenomeno del download illegale in Italia per quanto riguarda i contenuti audiovisivi: quasi un utente su due (il 45,7% del campione) scarica abusivamente dalla Rete canzoni, film o altri contenuti protetti da copyright; il 38,2% per conto proprio, il 7,5% mediante terzi. Un trend in crescita, anche in virtù dell’aumento delle connessioni flat, che dà all’Italia il non invidiabile primato di Paese europeo con il maggior tasso di pirateria.

Ma i risultati più sorprendenti arrivano dall’analisi dei comportamenti, e in particolare da quelli sulla consapevolezza dei rischi informatici associati al downloading: blocco del sistema operativo, danneggiamento dei file e dei programmi, rallentamento e caduta della connessione Internet. Fra quanti scaricano personalmente, infatti, il 73% dichiara di preoccuparsi dei rischi ma senza per questo cambiare le proprie abitudini, mentre il restante 27% non se ne preoccupa affatto, confidando nella protezione offerta dai propri sistemi antivirus.

Va detto, però, che fra questi solo il 13% è in grado di cavarsela da solo davanti a un problema, mentre la restante parte brancola nel buio. E qui sorgono i problemi; che in molti casi si trasformano in costi. Secondo la ricerca, la spesa annuale media in Italia per riparare i danni su computer causati da virus è di oltre 400 milioni di euro (senza contare i danni morali e quelli legati al furto di identità e alla violazione della privacy).

Chiarisce Matteo Brega, docente all’Università Iulm e titolare della cattedra Unesco dell’Osservatorio dell’Immaginario: “Solo meno del 15% dei downloader è in grado di gestire certe problematiche, e lo fa in molti casi utilizzando macchine dedicate connesse 24 ore su 24 sulle quali non risiedono dati e programmi sensibili. La restante parte crede di sapere, ma in realtà è confusa e disinformata. Tanto che spesso confonde il peer-to-peer con il file sharing, lo streaming con il downloading.

È un equivoco che si genera allorquando scatta il desiderio del contenuto facile: “C’è un primo impulso”, ammette il docente, “che è quello di accaparrarsi dei beni in modo gratuto e immediato. Questo genera nel downloader la convinzione di essere un esperto e di sapersi orientare molto bene all’interno dell’ambiente informatico. A tal punto da riuscire a far fronte a qualsiasi tipo di problematica. Il che è palesemente non vero”.

Ecco perché in questi casi la consapevolezza dei rischi non basta. Occorre che sia risvegliata da un’esperienza negativa: “Chi manda il pc almeno una volta in assistenza per motivi legati al download illegale, si convince che è meglio smettere. O quantomeno ridurre la propria attività”.
 

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