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| Il barone e i concorsi manovrati. Intervista al presidente dell’Istituto Nazionale di Neuroscienze |
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| Attualità |
| Giovedì 26 Novembre 2009 09:30 |
Piergiorgio Strata analizza anomalie e carenze del sistema universitario italianoFonte: La Stampa di Flavia Amabile Dopo le parole pronunciate dal presidente della Repubblica che chiede maggiori investimenti nella ricerca, ho fatto una chiacchierata con Piergiorgio Strata, presidente dell’Istituto Nazionale di Neuroscienze. Presidente, quanti appelli e parole simili abbiamo sentito. «E non molto è accaduto. Finché si continueranno a investire soldi pensando che questo basti a risolvere ogni problema l’università e la ricerca faranno come l’Alitalia: finanziamenti buttati via. Questo vuol dire che soldi ce ne sono a sufficienza, basterebbe soltanto spenderli meglio? «No, le risorse non sono sufficienti, ma anche se fossero il doppio non cambierebbe nulla se non si cambia tutto il resto». Il ministro Gelmini ha da poco presentato un disegno di legge di riforma che sostiene proprio questo. «Infatti, il ministro ha pienamente ragione e ci sta provando seriamente a cambiare il sistema ma nel frattempo l’Italia è scesa sempre pià in basso in tutti gli indici internazionali, indici che non sono né di sinistra, né di destra. E ora ci vorrà del tempo prima di recuperare terreno». Pensa davvero che questa riforma possa cambiare qualcosa? «Alcuni punti sono positivi, come la separazione tra potere accademico e potere amministrativo per evitare conflitti d’interesse. L’abolizione dei compiti di ricerca nelle facoltà, in modo da privare di poteri i rettori. E la centralizzazione dei concorsi. Sa, anch’io sono un ‘barone’ e so bene che tutti facciamo qualche manovra per sistemare i nostri. Con il nuovo sistema non sarà più possibile». Le commissioni selezionatrici non saranno soltanto esterne, ma avranno anche componenti interni alle università. E è facile immaginare che i modi per continuare a aggirare qualche regola si troveranno. «E’ vero. Ma accogliamolo come l’inizio del cambiamento. Anche se la madre di tutte le battaglie resta la valutazione». Valutare i docenti. Il ddl però non precisa come, in base a quali criteri. «Finanziando direttamente i Dipartimenti in funzione dell’eccellenza dei loro ricercatori. Ritengo particolarmente efficace il sistema inglese detto RAE (Research Assessement Excercise): ogni professore è valutato in modo semplice, sulla base di cinque lavori pubblicati negli ultimi cinque anni, e gli viene assegnato un punteggio da uno a cinque con una eventuale lode. Più gente con tanti punti arriva, più soldi vengono erogati al Dipartimento. E' chiaro che, in un simile sistema, i concorsi non servono più». I ricercatori hanno un concetto diverso di meritocrazia. Vorrebbero la valutazione di tutte le pubblicazioni. E del loro curriculum. «Un errore. Non è detto che chi ha il migliore curriculum sia il più adatto a ricoprire il ruolo di ricercatore. Ho bisogno di assumere quello che mi garantisce la migliore produttività futura, non quella passata. E, poi, in Italia abbiamo avuto finora la tendenza a creare dei ricercatori con il posto di ruolo che, dopo un po’ si perdono per strada. Bene ha fatto il ministro a cancellare questa figura poco utile per la ricerca». I ricercatori migliori fuggono all’estero. «Gli italiani sono fra i più bravi, è vero. Sono talmente bravi che vincono i grants, i finanziamenti europei ma poi più della metà di loro, invece di restare in Italia, portano via quei soldi perché preferiscono andare a fare ricerca all’estero». Ammettiamo che il sistema cambi come lei chiede, l’Italia dovrebbe investire di più a quel punto? «Il governo italiano spende in ricerca come gli altri Paesi. Tuttavia l’Inghilterra eccelle, mentre noi abbiamo strutture fatiscenti e un sistema che sperpera denaro in mille rivoli. Anche dallo European Innovation Scoreboard emerge questa situazione paradossale: nel settore della ricerca pubblica l’Italia è pressoché allineata alla media europea, con lo 0,56% del Pil, a fronte di una media Ue dello 0,65%. Ampiamente insufficiente è, invece, il settore privato, che in Europa copre il 55% dei finanziamenti alla ricerca, negli Usa il 200% e in Italia appena il 20%. D’altronde chi può essere interessato a investire in un’Università dove crollano i soffitti e manca la corrente elettrica? |
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