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Ora che il peggio è alle spalle è tempo di investire nell’università
Attualità
Giovedì 19 Luglio 2018

Ora che il peggio è alle spalle è tempo di investire nell’universitàIl rapporto 2018 curato dall’Anvur offre una ricca serie di dati e analisi sul sistema universitario e della ricerca. A due anni dal precedente, risultano rafforzate alcune importanti tendenze positive, anche se permangono problemi strutturali di rilievo

Fonte: Il Sole 24 Ore
di Alessandro Schiesaro

I 91 atenei italiani, due terzi dei quali statali, accolgono oggi poco meno di 1,7 milioni di studenti. Nonostante un calo del numero assoluto dei diciannovenni, le immatricolazioni, in netta flessione negli anni più duri della crisi economica, sono tornate al livello del 2008-9. Migliora (non molto) il tasso di passaggio all’università dei diplomati tecnici, che non supera comunque il 25%, e non si registra un’inversione di tendenza nel reclutamento di studenti maturi, in larga misura ignorati dal sistema.

In compenso, il tasso di abbandono continua a calare. Il 12,2% degli immatricolati alle lauree triennali lascia dopo il primo anno, il che non è poco, ma dieci anni fa si sfiorava il 16%. Gli abbandoni proseguono dopo il primo anno, e quasi un terzo degli studenti lascia in un qualche punto della carriera, una percentuale che continua a segnalare un problema su molti fronti: orientamento, tutorato, diritto allo studio.

È in miglioramento costante, anche se la cifra assoluta è tuttora deludente, la percentuale di studenti che conseguono la laurea nei tempi previsti, oggi poco più del 30% rispetto al 21,3% di dieci anni fa.

Nel complesso questi numeri consentono all’Italia di accorciare le distanze rispetto ad altri Paesi europei, ma il divario è ancora netto: nella fascia di età 25-34 anni solo il 10% degli italiani ha conseguito la laurea triennale, contro il 17% dell’Europa a 22, e il 30% del Regno Unito. E netto resta il divario interno, perché la crescita del numero dei laureati riguarda quasi esclusivamente il Nord, non il Centro-Sud, con eccezioni positive solo in Lazio, Campania e Abruzzo.

Eppure laurearsi conviene. Certo, i laureati italiani trovano in media meno opportunità lavorative dei loro coetanei europei, ma nel contesto di un quadro occupazionale più difficile e di caratteristiche peculiari del sistema produttivo, che privilegia soprattutto le piccole e piccolissime imprese. Quel che conta è il vantaggio relativo che la laurea conferisce rispetto al diploma. Tra il 2015 e il 2017, mentre il tasso di occupazione dei diplomati restava pressoché costante intorno al 63%, quello dei laureati cresceva dal 61,9 al 66,2 per cento.

In questo contesto resta difficile spiegare l’esitazione a investire di più sugli Istituti tecnici superiori, che confermano anno dopo anno il loro successo, sia in termini di conseguimento del titolo (tre iscritti su quattro si diplomano), sia di prospettive occupazionali, considerato che l’80% dei diplomati trova lavoro entro un anno. Peccato che gli Its accolgano oggi, pur dopo anni di solida crescita, appena 10mila studenti, neppure lo 0,6% degli iscritti all’università. L’interesse per la formazione terziaria di carattere non tradizionalmente universitario è confermato dal triplicarsi in dieci anni degli iscritti nel settore dell’alta formazione artistica e musicale, che dimostra inoltre una forte capacità di attrazione di studenti stranieri, molto superiore a quella delle università.

È significativo che questi miglioramenti si siano verificati mentre il finanziamento complessivo del sistema, che partiva già da percentuali più basse di quelle europee, veniva ridotto anno dopo anno prima dell’inversione di tendenza del 2015. Il contributo statale si attesta al 9,3% in meno rispetto al 2008 in cifra assoluta, oltre il doppio in termini reali.

Questo potrebbe segnalare che la maggiore attenzione posta alla qualità e all’organizzazione della didattica, ottenuta in parte grazie a una semplificazione dell’offerta formativa e a un lieve aumento delle ore di insegnamento effettuate dai docenti, ha iniziato a dare i suoi frutti, e che i nuovi meccanismi di finanziamento hanno avuto riflessi positivi sul sistema, seppure in modo differenziato su singole istituzioni o aree geografiche. Oggi oltre un quinto del Fondo di finanziamento ordinario viene distribuito in base al costo standard, e un ulteriore 25% a quello della valutazione della ricerca, il cui livello continua a rimanere nel complesso alto (continua invece a deludere la capacità di attrarre fondi europei: l’Italia lascia sul campo circa un terzo di quanto conferisce al programma quadro Horizon 2020).

I segnali positivi consentono di sperare che i necessari aumenti della dotazione statale possano ora dispiegare il loro effetto in modo particolarmente incisivo, andando ad aumentare la disponibilità economica di atenei che hanno saputo qualificare la spesa. Anche la crescita del sostegno al diritto allo studio contribuisce a delineare prospettive incoraggianti, visto che oggi la quasi totalità degli idonei percepisce effettivamente la borsa cui ha diritto. Su questo fronte molto resta da fare, soprattutto se si vuole favorire una mobilità studentesca che non gravi in modo eccessivo sulle famiglie.

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