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Università e tasse: tra iniziative UE e no tax area
Attualità
Mercoledì 18 Luglio 2018

Università e tasse: tra iniziative UE e no tax areaIl sistema del cosiddetto diritto allo studio, ossia l’insieme dei benefici economici e delle esenzioni dal pagamento delle tasse universitarie diretto a garantire anche ai meno abbienti la possibilità di proseguire gli studi fino ai livelli più alti, ha da sempre rappresentato un tasto dolente dell’università italiana

Fonte: Rivistaeuropae.eu
di Gianluca Zucconelli

Come evidenzia il recente Rapporto sulla Condizione Studentesca 2018, realizzato dal Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, l’Italia è l’unico Paese UE che contempla la categoria degli “idonei non beneficiari”: studenti che secondo i diversi parametri reddituali e di merito rientrano tra quelli idonei a ricevere misure di sostegno ma che, per carenza di finanziamenti da parte dell’università, non risultano beneficiari delle stesse.

Il rapporto europeo sul diritto allo studio

Le recenti riflessioni nazionali in materia si collegano a quanto emerso nel dettagliato rapporto con cui Eurydice, per conto della Commissione UE, confronta i diversi modelli nazionali per il diritto allo studio e la contribuzione studentesca.

L’obiettivo perseguito era duplice: da un lato, mappare il sistema della tassazione universitaria inteso quale elemento che influisce sull’ingresso (o meno) nel mondo universitario; dall’altro, fornire un quadro capace di misurare la reale capacità di inclusione sociale che il sistema dell’higher education europeo offre tramite i diversi servizi di ordine economico.

La combinazione di questi due elementi rappresenta, infatti, una delle priorità operative emerse nella nuova Agenda UE per l’Istruzione Superiore che, come ricordato in altre occasioni, ha assegnato agli Stati Membri il compito di creare università più inclusive, capaci quindi di appianare le differenze sociali ed economiche dei diversi discenti.

La classificazione dei Paesi

Il quadro che emerge dalle analisi di Eurydice non premia il sistema italiano che viene classificato tra quelli con tasse universitarie alte (tra i 1.000 e i 3.000 euro annui) e un numero ridotto di sussidi economici a favore degli studenti. Il confronto tra gli articolati nazionali in materia ha consentito di catalogare i diversi Paesi in 4 categorie:

Gruppo A: Paesi (Danimarca, Malta, Svezia, Finlandia e le regioni scozzesi del Regno Unito) in cui la maggioranza degli studenti è esentata dal pagamento delle tasse universitarie e un numero considerevole gode di benefici economici;

Gruppo B: Stati (Repubblica Ceca, Germania, Estonia, Cipro, Polonia, Slovenia e Slovacchia) dove la maggioranza degli iscritti viene esentata dal pagamento delle tasse ma solo una minoranza riceve benefici economici;

Gruppo C: Nazioni (Belgio, Francia, Irlanda, Italia, Spagna) con una minoranza esentata dalle tasse e una minoranza che beneficia di grants;

Gruppo D: Paesi in cui una minoranza di studenti è esentata dal pagamento delle tasse ma la maggioranza degli iscritti beneficia di sussidi (Lussemburgo e buona parte del Regno Unito).

L’Italia e lo Student Act del 2017

I dati emersi non considerano, per ragioni legate ai tempi della redazione del rapporto, che l’Italia ha modificato il proprio sistema di contribuzione studentesca grazie alla legge n. 262 dell’11 dicembre 2016, passata alla cronaca come Student Act. Il dettato normativo introduce due grosse novità che consistono nell’introduzione di una serie di borse di studio del valore di 15.000 euro a favore dei diplomati più capaci e nella creazione di una no tax area, ossia una ampia fascia di esenzione dal pagamento delle tasse universitarie. Ad oggi, dell’applicazione della prima misura, che nasce come competenza esclusiva del MIUR, non si ha nessuna traccia.

Diverso il caso della no tax area, ossia l’introduzione di una soglia di esenzione dal pagamento delle tasse per redditi inferiori ai 13.000 euro e una conseguente rimodulazione delle diverse fasce di contribuzione, che ha avuto corso in tempi brevi. La celere riuscita di questo nuovo impianto è stata possibile unicamente demandando alle singole università la sua gestione operativa che, in diversi casi, ha portato anche a un innalzamento del tetto per l’applicabilità dell’esenzione.

Sulla scia di questi primi interventi volti a favorire la funzione sociale che l’università dovrebbe assolvere, il report UE dovrebbe stimolare un ulteriore momento di riforma poiché evidenzia quali sono le direttrici da seguire per rafforzare la dimensione inclusiva dell’istruzione superiore.

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