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Università: lo spreco dei concorsi farsa, allora meglio la chiamata diretta
Attualità
Mercoledì 11 Luglio 2018

Università: lo spreco dei concorsi farsa, allora meglio la chiamata direttaLe selezioni non trasparenti «cucite» su un candidato prescelto sono uno spreco di soldi e di tempo per gli Atenei e i candidati. Aboliamoli e diamo la responsabilità delle scelte alle Università

Fonte: Corriere della Sera
di Silvia Lalli | Docente di Bioetica e Storia della medicina all’Università La Sapienza di Roma

Da piccoli facevamo un gioco: se potessi scegliere un superpotere, cosa vorresti? La capacità di prevedere il futuro era una risposta frequente. Molti anni più tardi ho scoperto che è possibile: se partecipi a un concorso universitario, puoi sapere in anticipo chi sarà il vincitore. Non serve alcuna magia e a volte basta avere Google.

Nel 2015 l’Università di Roma 3 bandisce un concorso di II fascia (professore associato) nel settore di filosofia morale. La cosiddetta legge Gelmini sul reclutamento permette di specificare il profilo del docente esclusivamente tramite uno o più settori disciplinari. Se vuoi assumere un traduttore, non puoi cioè specificare «deve aver tradotto Guerra e pace» ma soltanto la lingua richiesta. Filosofia morale, dicevo. All’articolo 1 del bando, però, spunta il «particolare riguardo» alla cittadinanza, al confine, allo spazio e perfino al potere della filosofia francese, tedesca e italiana contemporanea (sic). L’università è un microcosmo e i settori disciplinari sono dei quartieri in cui più o meno si conoscono tutti o è facile risalire ai residenti. Tra gli abilitati, ce n’è uno che ha pubblicato libri come Topografie politiche. Spazio urbano, cittadinanza, confini in Walter Benjamin e Jacques Derrida e Italian Theory. Dall’operaismo alla biopolitica. Suonano familiari? L’autore è il predestinato. Il concorso è stato cucito su di lui. Alcune settimane più tardi, trionferà sugli altri sventurati che hanno fatto domanda.

Concorso n. 2, 2017, Università di Chieti. È sempre filosofia morale e nel bando c’è un profilo più riconoscibile di un documento di identità: la filosofia tedesca, l’idealismo, l’esistenzialismo, le problematiche ontologiche, etiche, politiche e religiose anche in prospettiva interculturale. È sufficiente cercare nel corpo docenti del dipartimento per scoprire chi si è dedicato agli studi hegeliani e alla filosofia interculturale e, tra i suoi libri, ha pubblicato Tra storia e politica: la religione nel giovane Hegel e Rappresentazione e concetto. Religione e filosofia nel sistema hegeliano. In 2 passaggi di Google so chi vincerà il concorso alcuni mesi più tardi.

Una coincidenza? Forse, ma i bandi sartoriali sono una prassi abbastanza comune. Giambattista Sciré e Giuliano Grüner di «Trasparenza e Merito» hanno ricevuto numerose segnalazioni. L’estrema facilità di individuare il predestinato è una falla in un sistema che, in apparenza, valuta i candidati e i loro titoli, ma spesso costruisce complicate procedure per mascherare una decisione già presa. Non significa che i predestinati siano necessariamente inadeguati né che questa commedia sia sempre nel loro interesse – anzi, più sono bravi meno ha senso forzare un bando e rischiare ricorsi. Sono poi i meno responsabili di una farsa messa in scena dai commissari e avallata dai dipartimenti, che a volte si accordano per scambi di favori (cioè di concorsi) come in un delitto perfetto.

Questi finti concorsi sono una perdita di tempo e soldi. Molti soldi, se moltiplichiamo per tutte le volte che si selezionano le commissioni, si svolgono riunioni e si fa finta di valutare le competenze. Non è facile garantire un buon meccanismo di reclutamento in un sistema incline al familismo e qualsiasi criterio può essere aggirato o forzato. Si potrebbe magari cominciare abolendo questi concorsi caricaturali e facendo le chiamate dirette, chiedendo conto della scelta fatta al dipartimento e agli ordinari. Chi vuole far vincere incompetenti solo perché figli di baroni morti o fedeli fotocopiatori dovrebbe cioè esserne responsabile. Perché l’università pubblica è un bene prezioso e bisognerebbe averne cura. Sacrificarlo in nome di promesse e ricatti è moralmente ripugnante e, alla fine, dannoso. Per tutti.

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