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Studenti in fuga dal Sud. Soffrono Pil e consumi
Attualità
Martedì 10 Luglio 2018

Studenti in fuga dal Sud. Soffrono Pil e consumiTutto si può dire agli universitari italiani. Tranne che non siano mobili. Sia all’esterno, come testimonia un recente studio dell’Ocse che ci colloca tra i paesi maggiormente esportatori di studenti. Sia all’interno, sebbene esclusivamente lungo l’asse Sud-Nord, come conferma una ricerca della Svimez

Fonte: Il Sole 24 Ore
di Eugenio Bruno

Che lancia un allarme sulle conseguenze nefaste per il Mezzogiorno della migrazione intellettuale in corso da anni. Anche sul piano macroeconomico. Nell’anno accademico 2016/2017 infatti un giovane meridionale su quattro si è trasferito da Roma in su per studiare. A perderci, secondo l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, sono stati i consumi pubblici e privati. Che risulterebbero più bassi di 3 miliardi. E il Pil che a sua volta lascerebbe sul terreno lo 0,4 per cento. Una zavorra che rischia di frenare la ripartenza del Sud.

Partiamo dai numeri. Il primo dato che la Svimez prende in considerazione riguarda gli iscritti all’università nell’anno accademico 2016/2017. Ebbene su 685 mila giovani residenti al Sud circa 175mila (il 25,6%) hanno scelto un ateneo del Centro-Nord. Laddove appena l’1,9% (18mila iscritti) ha deciso di riscendere lo Stivale per studiare. Con un saldo migratorio netto di 157mila matricole. Nel complesso “emigra” per motivi di studio lo 0,7% della popolazione residente meridionale.

Le regioni più colpite dai flussi in uscita, in valore assoluto, sono la Sicilia e la Puglia, con oltre 40 mila “emigranti”. In percentuale lo scenario cambia. E in testa troviamo le “piccole” Basilicata e Molise con oltre il 40%, davanti alla Puglia e alla Calabria con il 32% circa e alla Sicilia con il 27 per cento.

Fin qui restiamo nell’ambito delle statistiche sulle scelte degli universitari italiani che ogni anno il Miur fornisce.Il valore aggiunto dello studio Svimez riguarda l’impatto sull’economia del Mezzogiorno prodotto da un doppio “circolo vizioso”: al Sud ci sono minori occasioni di lavoro per cui sempre più giovani decidono di spostarsi al Centro-Nord già al momento di scegliere dove studiare e questo impoverisce (anche dal punto di vista della ripartizione del Fondo di finanziamento ordinario) gli atenei meridionali, che con meno risorse finiscono per tagliare i corsi di laurea e ridurre l’offerta universitaria.

GRAFICO | IL SALDO MIGRATORIO UNIVERSITARIO
Studenti meridionali iscritti nelle università del Centro-Nord e del Sud. In % (Fonte: Elaborazione Svimez su dati Microsoft)

La prima variabile che sembra risentirne è rappresentata dai consumi. Che - è la stima dell’associazione - calerebbero di 3 miliardi. Di questi un miliardo riguarderebbe il settore pubblico. A  questa cifra lo studio arriva moltiplicando i 157mila iscritti che lasciano il Sud per il costo standard per studente. Gli altri 2 miliardi in meno riguarderebbero invece il comparto privato. E qui il conto considera la spesa per consumi privati attivata dagli studenti meridionali che studiano da Roma in su per gli alloggi e per le principali voci del costo della vita (prodotti alimentari, fornitura di acqua, energia e gas, spese sanitari, trasporti e comunicazioni) distinte, in base alle tabelle Istat, per città di residenza. Con differenze profonde da un’area all’altra del Paese. Basti pensare che il costo medio annuo oscilla dai 1.700 euro di Cassino e Vercelli ai 4.700 di Milano.

Ma l’effetto-fuga dal Sud non si ferma qui. Applicando alla minore spesa per consumi pubblici e privati il suo tradizionale modello econometrico bi-regionale, la Svimez arriva a misurarne gli effetti prima su redditi e occupazione e poi quelli sul prodotto interno lordo. Con una conclusione tutt’altro che tranquillizzante: nel 2017 il reddito aggregato del Mezzogiorno è stato più basso dello 0,4% rispetto a quello che si sarebbe avuto trattenendo sul territorio gli studenti “emigrati”. Una perdita rilevante se si considera che il Sud preso nel suo complesso l’anno scorso è cresciuto dell’1,2 per cento.

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