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Se la ricerca non è considerata un lavoro
Attualità
Lunedì 16 Aprile 2018

Se la ricerca non è considerata un lavoroUna gaffe del consorzio AlmaLaurea è un sintomo di come in Italia la ricerca non sia considerata dalla politica e dal pubblico

Fonte: Wired.it
di Massimo Sandal

Fai ricerca? Allora non lavori. È la sgradevole sorpresa che molti ricercatori in questi giorni si trovano davanti mentre compilano il nuovo questionario del Consorzio interuniversitario AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei dottori di ricerca. Come ha segnalato un ricercatore italiano a Stoccolma, e rilanciato l’Associazione dottorandi italiani (Adi), a chi dichiara di essere lavoratore e di percepire un assegno di ricerca viene rinfacciato questo messaggio:

Evidentemente c’è un errore. Non è solo una piccola umiliazione formale. In passato questo equivoco ha generato seri danni. Nel dicembre 2015, la Cgil chiese di estendere ai ricercatori e dottorandi l’indennità di disoccupazione (la cosiddetta Dis-Coll). Il ministero del Lavoro e delle politiche sociali risposeIn tale contesto, l’art. 22 [della legge 240/2010, ndR] individua negli assegni di ricerca una tipologia di rapporto del tutto peculiare, fortemente connotata da una componente formativa dell’assegnista”. Poco importava se, in realtà, l’articolo 22 della legge 240/2010 non afferma nulla del genere (basta leggerlo): questa supposta peculiarità formativa è stata usata come giustificazione per negare ai lavoratori della ricerca i loro diritti.

Non è affatto chiaro come un ricercatore possa ancora essere considerato in formazione, se non nel senso in cui tutti i lavoratori continuano a imparare sul campo. I ricercatori non sono studenti: producono conoscenza – oltre spesso a essere coinvolti nella didattica e nell’amministrazione.

Sono scienziati, filosofi, matematici, linguisti, economisti. È vero che la loro situazione professionale è confusa e precaria. La situazione dei diritti è drammatica. Specialmente i borsisti rappresentano una zona grigia: non hanno diritto a versamenti pensionistici, né maternità, per esempio. Ma tale situazione dovrebbe anzi spronare a riconoscere il loro lavoro, non a svalutarlo.

Andando a vedere cosa fanno i ricercatori nel mondo, scopriamo in realtà che non solo lavorano, ma superlavorano. Alcuni sondaggi all’estero mostrano ritmi di lavoro fino a sessanta ore settimanali. Per capirci, la media di ore effettive di lavoro alla settimana, in molti paesi occidentali, non supera le 40. Lo stress del lavoro di ricerca -intenso, precario e competitivo– genera problemi di salute mentale con conseguenze tragiche.

Andrea Claudi, responsabile comunicazione Adi, ci conferma che “Nella stragrande maggioranza degli altri paesi l’assegno di ricerca è un normalissimo contratto di lavoro subordinato. Il questionario di AlmaLaurea è davvero sconcertante per chi, come il ricercatore che ci ha segnalato l’errore, lavora all’estero. Ma anche in italia l’assegno di ricerca è parificato, a tutti gli effetti pratici, a un contratto di lavoro subordinato. Le stesse università parlano esplicitamente di contratto, il che dovrebbe implicare il rapporto lavorativo. È difficile capire come e perché continui questo equivoco paradossale, tanto più che il più alto titolo di studio italiano è il dottorato: non si capisce quindi che titolo debba conseguire a questa ulteriore formazione”.

Le cose per fortuna stanno cambiando in meglio. Per quanto riguarda l’indennità di disoccupazione, a luglio 2017 il ministero ha fatto dietrofront, riconoscendone il diritto ai ricercatori. L’Istat, nel suo analogo questionario in corso, considera attività lavorative tutte le attività remunerate, inclusi esplicitamente borse e assegni di ricerca. E AlmaLaurea ha risposto positivamente alle critiche, affermando tra le altre cose che “i rapporti finali di AlmaLaurea sui dottori di ricerca considerano tra gli occupati anche coloro che svolgono attività con assegni di ricerca o borse post doc”, anche se i rapporti presentano queste categorie come formazione retribuita. Silvia Ghiselli, responsabile dell’ufficio statistiche AlmaLaurea, ci ha detto però che “Sappiamo bene che queste persone si trovano quasi sempre a fare vere attività lavorative. Alla luce della discussione di questi giorni abbiamo fatto e stiamo facendo modifiche al questionario, che saranno online in pochi giorni, per cambiare il linguaggio utilizzato. Allo stesso modo eviteremo di usare il termine ‘formazione retribuita’ per queste categorie nei futuri rapporti AlmaLaurea”.

È un bene, visto che i risultati dei sondaggi AlmaLaurea, come essi stessi affermano, vengono “tempestivamente forniti al ministero e agli organi di governo degli atenei aderenti, indirizzano la programmazione delle attività di formazione e contribuiscono a definire la ripartizione dei fondi ministeriali alle università in base a precisi standard di qualità”, e quindi un linguaggio distorto rischia di portare, come in passato, a decisioni discriminatorie. Con conseguenze anche quando si esce dall’accademia per cercare un altro lavoro. Secondo Andrea Claudi (Adi), “Il dottorato forma persone con altissime capacità, abituata a confrontarsi con persone e capacità molto elevate, con un respiro internazionale e portata all’innovazione. Queste sono capacità più preziose dell’oro per un processo produttivo, il paradosso è che invece ora si considera il dottore di ricerca come uno che non ha lavorato, l’attività accademica come un handicap. Quando l’azienda software dove oggi lavoro ha visto il mio curriculum, lo ha considerato come quello del ‘solito universitario’, ma al colloquio per fortuna hanno capito che il dottorato mi aveva dato capacità e abilità spendibili nel mondo del lavoro”.

Cosa si può fare? Sempre secondo Claudi, “è difficile far capire alla politica e alla società cosa faccia un ricercatore. Il processo su come si arriva alla ricerca scientifica non è mai esposto, e contribuisce all’immagine dello scienziato-Frankenstein chiuso nel suo castello”. Si parla molto di divulgazione in questo periodo. Si sente il bisogno di dare strumenti al pubblico e alla politica per difendersi da bufale, fake news e disinformazione scientifica. Ma quasi sempre ci si concentra sui risultati, perdendo di vista come si fa ricerca, e le persone che la fanno. Spesso viene intervistato il premio Nobel di turno, o il professore famoso, dimenticato tutto il lavoro di team che ci sta dietro, che spesso è quello che ha effettivamente svolto la ricerca. Team che è quasi sempre composto di dottorandi e ricercatori precari. Che perfino AlmaLaurea, un consorzio con una ventennale esperienza nel fotografare il percorso dell’istruzione superiore, possa cadere in buona fede in un equivoco linguistico di questo tipo è il sintomo di una lacuna culturale importante nel nostro paese su quale sia il ruolo di ricercatori e dottorandi. Non meri apprendisti, ma la solida, necessaria base su cui si costruisce il futuro della ricerca e dell’innovazione in Italia. La Carta europea dei ricercatori, sottoscritta dagli atenei italiani a Camerino nel 2005, dichiara che “Tutti i ricercatori che hanno abbracciato la carriera di ricercatore devono essere riconosciuti come professionisti ed essere trattati di conseguenza.” Se vogliamo ripartire, questa è la prima cosa da fare. Altrimenti, evidentemente, c’è un errore.

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