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Brexit, niente crisi nelle università britanniche. Aumentano le iscrizioni
Attualità
Mercoledì 07 Febbraio 2018

Brexit, niente crisi nelle università britanniche. Aumentano le iscrizioniIl trend si spiega con la norme decise per chi studia: nonostante l'uscita dalla Ue, per ora uno studente che inizia l’università in Gran Bretagna avrà gli stessi diritti del passato. Ma sono possibili nuove norme nei prossimi mesi

Fonte: la Repubblica
di Enrico Franceschini

Nonostante la Brexit, le università britanniche continuano ad attirare studenti dal resto d’Europa. Il numero di richieste di iscrizione per l’anno accademico 2018-2019 dai paesi dell’Unione europea è aumentato del 3,4 per cento rispetto all’anno precedente, per un totale di 43510 potenziali iscritti. Le prime cifre dopo il referendum britannico sulla Ue, lo scorso anno, evidenziarono un declino: 3 mila richieste di iscrizione in meno. Le nuove richieste mostrano invece un incremento rispetto al 2016, anche se non sono ancora tornate al livello del 2015, cioè di prima che il referendum segnalasse l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue.

E’ un segnale incoraggiante per le università della Gran Bretagna, che temevano un’erosione di studenti europei e di conseguenza un calo dei propri guadagni: a 9 mila sterline l’anno l’uno (più di 10 mila euro) per la tassa di iscrizione, senza contare le spese per vitto, alloggio e altro, ogni studente vale oro per il mondo accademico britannico. L’aumento si può spiegare con una maggiore comprensione dei tempi della Brexit.

Dopo il risultato del referendum nel giugno 2016, la sensazione era che la Gran Bretagna sarebbe rapidamente uscita dalla Ue. Con due conseguenze negative per gli studenti europei: non avrebbero più pagato la stessa retta d’iscrizione (9 mila sterline l’anno, appunto) degli studenti britannici, bensì una assai più alta; e non avrebbero più potuto richiedere un prestito per l’intero ammontare, restituibile solo dopo la laurea e dopo avere un salario di almeno 21 mila sterline l’anno. Una terza conseguenza negativa che si prospettava era l’impossibilità, a causa della Brexit, di rimanere a lavorare nel Regno Unito.

Dal giugno 2016 ad oggi, le cose sono diventate più chiare. La Gran Bretagna resterà a pieno titolo nell’Unione europea fino al 29 marzo 2019 – e fino ad allora dunque nulla cambierà. Non solo: in base all’accordo raggiunto fra Londra e Bruxelles nel dicembre scorso, si è capito che ogni europeo – studenti inclusi – arrivato in Gran Bretagna sino a tale data, cioè entro il 20 marzo 2019, avrà diritto di restarci a tempo indeterminato, dunque di stabilircisi per lavorare, se così vorrà. Per cui uno studente italiano che inizia l’università nel regno Unito nell’autunno prossimo avrà gli stessi diritti del passato: se vorrà fare di questo paese il suo futuro luogo di lavoro potrà farlo senza alcuna restrizione.

Ecco dunque la possibile motivazione del declino immediato e del successivo aumento delle richieste di iscrizione dai paesi europei verso quelle che, dopo gli Stati Uniti, sono considerate le università migliori del mondo. Resta da vedere cosa accadrà l’anno prossimo. Molto dipende da come prosegue il negoziato sulla Brexit. Nella seconda fase della trattativa, che inizia in questi giorni, le due parti devono mettersi d’accordo sulle condizioni del “periodo di transizione”, dal 30 marzo 2019 al 31 dicembre 2020, in cui tutto resterà inalterato: formalmente la Gran Bretagna sarà fuori dalla Ue, ma continuerà a goderne i benefici e a rispettarne le regole. Uno dei punti in sospeso è lo status dei cittadini europei, studenti inclusi, che verranno a vivere qui nel periodo di transizione. La Ue chiede che godano degli stessi diritti di sempre: dunque, per quanto riguarda gli studenti, che paghino le stesse rette universitarie dei britannici, possano usufruire dei prestiti come i britannici, e possano rimanere qui per sempre, se lo desiderano, come è stato finora. Theresa May ha già segnalato che, per chi arriva dopo il 29 marzo 2019, qualcosa invece cambierà. Ci sono cambiamenti, spiegano fonti diplomatiche, che Londra può imporre senza violare le norme Ue, perché sono già possibili ora (anche se non vengono applicati), come per esempio la richiesta di registrare la propria presenza nel Regno Unito a un apposito ufficio (ancora da stabilire). Se così fosse, in teoria non dovrebbe cambiare molto come conseguenze pratiche. Il chiarimento di questi dettagli dovrebbe emergere nelle prossime settimane o comunque entro l’estate prossima. E contribuirà a determinare l’afflusso di iscrizioni europee alle università britanniche anche per il prossimo anno.

Il momento della verità verrà alla fine della transizione, ovvero dopo il 31 dicembre 2020. E’ a quel punto che si capirà davvero se il numero di studenti europei in Inghilterra è destinato a diminuire sensibilmente. A meno che, naturalmente, per quella data Londra non ci abbia ripensato, con un secondo referendum o un nuovo governo magari a guida laburista, facendo marcia indietro sulla Brexit.

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