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Bandi in inglese e interesse nazionale. Non è così che si salva l’italiano
Attualità
Lunedì 08 Gennaio 2018

Bandi in inglese e interesse nazionale. Non è così che si salva l’italianoPolemica sui progetti di ricerca Prin: le candidature devono esser in inglese. La Crusca attacca. Ma l’italiano «muore» se non si riesce a insegnare a scuola. Anche agli stranieri

Fonte: Corriere della Sera
di Gianna Fregonara

La domanda per ottenere un finanziamento per i Prin, i progetti di ricerca di interesse nazionale, il più grande fondo pubblico italiano nel settore, dovrà da quest’anno essere redatta in lingua inglese e «a scelta del proponente - si legge nel bando appena pubblicato - può essere fornita anche una ulteriore versione in lingua italiana». Per la prima volta l’italiano cede il passo definitivamente all’inglese. Apriti cielo, da una settimana è scoppiata la polemica: la novità - nell’ultimo bando italiano e inglese erano alternativi - viene considerata un sintomo di provincialismo e ha scatenato le proteste in nome dell’«interesse nazionale», che sarebbe tradito dal fatto che anche il ministero dell’Istruzione riconosce che la lingua franca della ricerca è l’inglese e non l’italiano. Con realismo questa volta i «burocrati» hanno ammesso che richiedere la versione italiana è inutile, uno spreco di tempo. E che, poiché i valutatori non sono solo italiani, avere una versione «universale» rende il processo di selezione più semplice. Sull’argomento è intervenuto anche il presidente dell’Accademia della Crusca, che per mestiere e vocazione difende la lingua italiana e ha chiesto al ministero di ripensarci.

Le accuse di provincialismo

Viene però da chiedersi se l’interesse nazionale sia avere il più vasto numero di partecipanti al bando in modo che i progetti da selezionare rappresentino davvero il meglio della ricerca o invece sia costringere chi decide di candidarsi ad un esercizio linguistico che poi non trova riscontro nell’attività professionale giornaliera. Ci sarebbe anche una seconda domanda: la lingua si salva se un’élite di ricercatori - stiamo parlando di qualche migliaio di domande - si esercita in italiano o se si riesce ad insegnarla a scuola in modo decente facendo sì che quei quindicenni che vengono testati dall’Ocse-Pisa possano finalmente ad avere un risultato nell’uso della loro lingua natia in media con i loro coetanei degli altri Paesi europei? Magari anche attivando finalmente quei corsi di italiano seconda lingua per gli stranieri che studiano in Italia che diffonda la lingua anche a chi arriva e si stabilisce nel nostro Paese. O riuscendo a far innamorare i ragazzi della lettura, in un Paese dove in una casa su due non ci sono libri, in italiano.

La scuola e l’inglese

La polemica sull’inglese contro l’italiano per attività così specialistiche come la ricerca scientifica rischia di essere lontana anni luce da quello che è il sentimento diffuso degli italiani. Basterebbe un semplice esercizio, andare ad un incontro tra genitori di una qualsiasi scuola superiore: si parla solo di come si impara l’inglese - attività nella quale la scuola italiana fatica particolarmente - e non del livello di italiano dei propri figli. Un’ansia che può essere sicuramente eccessiva ma sulla quale chi ha responsabilità sulla scuola, la lingua e l’istruzione farebbe bene a riflettere. Sarebbe sicuramente più utile all’italiano e all’interesse nazionale di un progetto scientifico declinato nella lingua di Dante.

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