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Atenei italiani a metà del guado, crescono i fondi ma non il merito
Attualità
Martedì 14 Novembre 2017

Atenei italiani a metà del guado, crescono i fondi ma non il meritoLa ministra Valeria Fedeli l’ha chiamato il «decennio horribilis». La crisi ha scavato un solco profondo nelle università costrette a rinunciare nel giro di pochi anni a un miliardo di euro (su quasi 8) a 14 mila docenti (per il blocco del turn over) e a 70mila matricole (in un Paese con il record negativo dei laureati)

Fonte: Il Sole 24 Ore
di Marzio Bartoloni

La ministra e il premier Gentiloni hanno poi però rivendicato l’«inversione di marcia» e i «primi passi per risalire la china»: i fondi a disposizione degli atenei stanno crescendo di nuovo e il prossimo anno raggiungeranno 7,3 miliardi, la cifra più alta negli ultimi 5 anni (anche se mancano ancora 500 milioni per tornare al 2009).

La manovra di quest’anno (come quella di due anni fa) apre poi le porte a oltre un migliaio (1.300 per l’esattezza) di nuovi ricercatori che potranno ambire dopo 3 anni alla cattedra: una goccia nel mare dei 48mila docenti dove solo 20 professori ordinari hanno meno di 40 anni («l’università è fatta di vecchi», ha riconosciuto ieri il presidente dei rettori Gaetano Manfredi). E da quest’anno inoltre le nostre università sperimenteranno per la prima volta una no tax area che consentirà a 650mila famiglie di non pagare le tasse universitarie (nel caso di Isee sotto i 13mila euro) o di pagarle scontate (sotto la soglia di 30mila euro) visto che vantiamo un costo tra i più alti in Europa.

Ma a questa inversione di tendenza, timida ma reale, se n’è aggiunta un’altra: una frenata importante sul fronte della distribuzione dei fondi in base all’efficienza e al “merito”. L’ultimo riparto del Ffo (il Fondo di finanziamento ordinario) per il 2017 parla chiaro: il 22% dei fondi (1,535 miliardi)è stato distribuito come quota premiale sulla base delle performance di ogni ateneo. Una voce che a regime (non si sa ancora quando) peserà per il 30% dei fondi, ma che negli ultimi tempi ha subìto degli aggiustamenti: a fianco alla valutazione dei risultati della ricerca (misurata dall’Anvur) che pesa per il 60% della quota premiale e alla valutazione delle politiche di reclutamento che vale un altro 20%, si è aggiunto un nuovo criterio (che vale un altro 20%: circa 300 milioni) con il quale gli atenei ora si fanno valutare su una serie di indicatori che si scelgono da soli (si chiama «valorizzazione dell’autonomia responsabile»). In pratica per banalizzare si potrebbe evocare la “domanda a piacere” degli esami.

Ma non è tutto. L’arretramento più importante riguarda in realtà un altro criterio: il costo standard, introdotto 4 anni fa, per sostituire il vecchio riparto in base alla spesa storica con un parametro oggettivo basato sul “prezzo giusto” delle attività universitarie. Un criterio nato per evitare sprechi e valorizzare i più efficienti, basato sul fatto che chi ha più studenti fuori corso o troppe cattedre rispetto al necessario viene penalizzato nei fondi. Ebbene quest’anno solo il 20% dei fondi è stato distribuito con il «costo standard per studente». Nel 2016 era il 28% e nel 2015 il 25%, mentre da programma iniziale (deciso nel 2014) doveva sostituire addirittura il 100% della quota base (5 miliardi) entro il 2018. A questo va aggiunto il fatto che il costo standard, dopo una bocciatura della Consulta, è stato appena rivisitato nel decreto per il Sud dove ora è previsto che cresca solo tra il 2% e il 5% all’anno fino a un massimo del 70% della spesa storica (non più il 100%). Certo alle università va riconosciuto il merito di essere state tra le prime nella Pa a misurarsi con un parametro di efficienza (soprattutto in un periodo di risorse magre), ma ora che i fondi crescono di nuovo l’arretramento è meno giustificato.

Fin qui il fronte delle risorse. Perché sempre sul terreno del “merito” va segnalato anche l’affondamento di una misura - lanciata in pompa magna dall’ex premier Renzi - che puntava ogni anno alla chiamata diretta alla docenza per merito di 500 cervelli italiani o stranieri attraverso la creazione di un fondo dedicato al nostro premio Nobel Giulio Natta. La misura dopo due anni non è mai partita, soprattutto a causa della levata di scudi del mondo accademico che l’ha giudicata da subito un corpo estraneo e un’ingiustizia per i tanti aspiranti docenti che seguono le lunghe trafile ordinarie (abilitazione, concorsi, ecc.). La ministra Fedeli, dopo una mezza bocciatura del Consiglio di Stato, aveva annunciato di voler ripresentare la misura con alcuni aggiustamenti. Ma non si è vista nulla. Almeno fino alla nuova legge di bilancio dove le «Cattedre Natta» sono state svuotate di parte delle risorse per finanziare borse di studio e stipendi più alti ai dottorandi.

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