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| Federico Masini - La Sapienza: «Portiamo il cinese anche nella scuola dell'obbligo» |
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| Attualità |
| Martedì 29 Settembre 2009 09:04 |
È stato il primo in Italia, il secondo in Europa, il quarto nel mondo. L'Istituto Confucio di Roma , inaugurato nel settembre del 2006 alla Sapienza tramite l'accordo con l'Università di lingue straniere di Pechino, oggi detiene anche un altro primato: il numero di studenti più alto in Europa, pari a 350 per semestreFonte: Il Sole 24 Ore di Emma Lupano «Quando l'università di lingue di Pechino, con cui già da tempo collaboravamo, ci propose l'apertura di un Kongzi xueyuan, ancora non si sapeva bene che cosa fosse – ricorda Federico Masini, preside della facoltà di studi orientali della Sapienza e direttore del Confucio di Roma -. Ci volle un po' di tempo per capire il senso di un progetto che era in fase embrionale anche in Cina e per mettere d'accordo la burocrazia cinese e il sistema pubblico italiano». Professor Masini, ne è valsa la pena? Gli Istituti Confucio rappresentano una grande opportunità per la società civile italiana. Permettono a tutti quelli che non hanno mai avuto rapporti con la Cina – che siano studenti o manager o casalinghe - di avvicinarsi a un mondo che non conoscono. Nel secondo dopoguerra i British Council ebbero grande successo da noi, perché diedero la possibilità agli italiani di conoscere il mondo anglosassone, che fino ad allora ignoravano. A questo servono i Confucio: a rendersi conto di che cosa è la Cina oggi. Non c'è il rischio di diventare strumenti del soft power cinese? A Roma io il soft power cinese non l'ho ancora visto. Da Pechino non mi hanno mai detto che cosa fare o non fare, per loro è sufficiente che contribuiamo a promuovere la lingua e la cultura cinesi. Perciò da noi si può discutere tranquillamente di Tibet e di Taiwan, temi che invece sono tabù nella Repubblica popolare. I cinesi sono così intelligenti da diffondere la loro lingua e la loro cultura usando le persone che, all'estero, le conoscono meglio, cioè i sinologi. Qualsiasi iniziativa noi organizziamo va dunque nella direzione che desiderano loro, perché in ogni caso contribuisce a dipingere una Cina diversa e meno superficiale rispetto a quella raccontata sui nostri mezzi di comunicazione. Pechino usa i Confucio anche per portare il cinese nelle scuole dell'obbligo. Negli ultimi due anni abbiamo svolto un ruolo molto importante nella diffusione del cinese nelle scuole medie e superiori e ormai il nostro istituto, con la Sapienza, gestisce corsi extracurricolari di cinese in venti scuole del Lazio. Lo scopo non è far parlare cinese a tutti, ma avvicinare i giovani a un mondo lontano. Un ragazzo che ha studiato cinese per due anni in classe non lo parlerà certo alla perfezione, ma guarderà alla Cina come a una realtà meno oscura e nascosta. Chi insegna al Confucio di Roma? Abbiamo cinque insegnanti madrelingua a tempo pieno, tutti inviati dall'Università di lingue straniere di Pechino e stipendiati dal Ministero dell'Istruzione cinese. Di questi, tre sono professori e due sono tirocinanti, provenienti dal master per la didattica del cinese agli stranieri dell'ateneo pechinese e lavorano da noi per un anno soltanto. Abbiamo poi i docenti italiani, in numero variabile a seconda delle necessità. Li selezioniamo attraverso bandi annuali a settembre e a gennaio, valutandoli sulla base dei loro titoli, della loro esperienza e della loro conoscenza della lingua. Che cosa distingue il Confucio dalle tante scuole di cinese? Da noi, come in tutti gli istituti Confucio, non basta essere madrelingua per diventare insegnante. I nostri docenti cinesi non sono improvvisati: tutti hanno superato o stanno per superare l'esame di abilitazione all'insegnamento del cinese agli stranieri. Come non è sufficiente essere italiani per insegnare bene la nostra lingua, così non basta essere cinesi per insegnare il mandarino. Nei Confucio ci sono solo insegnanti competenti, capaci di controllare la pronuncia per insegnare quella corretta e con una ricca esperienza di didattica agli stranieri, anche in ambito non cinese. Una cosa infatti è insegnare la lingua in Cina, una cosa farlo in Italia, in un ambiente che non aiuta l'apprendimento e la pratica. E gli insegnanti italiani? Sono laureati in cinese in Italia e hanno studiato in Cina per almeno due anni. Facciamo un grandissimo sforzo per offrire il massimo della qualità. A Roma, così come in altre città italiane, nascono scuole di cinese in continuazione. Probabilmente c'è spazio per tutti, ma credo che la qualità e la serietà che può offrire un Istituto Confucio sia diversa da quella garantita da una scuola privata qualsiasi. Non è un caso se molti dei nostri studenti arrivano da noi dopo aver seguito un primo corso altrove. Chi finanzia il Confucio di Roma? Il ministero dell'Istruzione cinese mette a disposizione il personale madrelingua e ne paga lo stipendio, mentre alla Sapienza spetta la cura degli aspetti logistici, dagli spazi alle spese per la pulizia, dall'acqua alle sedie. Da Pechino però sono arrivati anche altri tipi di sostegno: materiale didattico (ormai abbiamo una vera e propria biblioteca) e fondi per la creazione dei laboratori scientifici. Per il resto, il nostro istituto è autosufficiente. Le rette dei corsi bastano per pagare i docenti italiani e il personale della segreteria. I 50mila dollari che il ministero cinese ci ha versato all'apertura dell'istituto servono invece per organizzare gli eventi: conferenze, attività culturali di vario genere e persino corsi di studio in Cina. In ogni classe, lo studente più meritevole vince una borsa per frequentare un corso all'Università di lingue straniere di Pechino. |
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