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A congresso per la libertà di ricerca
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Martedì 10 Aprile 2018

A congresso per la libertà di ricercaDomani a Bruxelles presso il Parlamento europeo inizierà il congresso mondiale per la libertà della ricerca scientifica, giunto alla sua quinta edizione. Organizzato dall'Associazione Luca Coscioni, l'incontro affronterà tra l'altro temi come manipolazione ed editing del genoma, medicina rigenerativa, aborto, diritti riproduttivi e riscaldamento globale

Fonte: Le Scienze
di Chiara Lalli

La scienza per la democrazia: si intitola così il 5° Congresso mondiale per la libertà di ricerca scientifica organizzato dall’Associazione Luca Coscioni. Comincerà domani 11 aprile e si svolgerà a Bruxelles, presso il Parlamento europeo.

Si parlerà di manipolazione del genoma e di CRISPR, di ricerca sugli embrioni e di medicina rigenerativa, di biotecnologie alimentari e di salute pubblica, di aborto e diritti riproduttivi, di ricerca sulle sostanze psicotrope e riscaldamento globale.

Ma c’è qualcosa di più importante: il metodo, cui saranno dedicate la sessione d’apertura e le conclusioni. Metodo scientifico e democrazia liberale, l'11 aprile, e Iniziative per il diritto alla scienza, il 13 aprile.
Perché i contenuti possono cambiare nel tempo e nuove tecnologie, oggi solo immaginabili, possono diventare disponibili, ma il metodo scientifico resta l’unico modo per prendere decisioni corrette e basate su evidenze – vale sia per i cittadini sia per le istituzioni – e per evitare divieti insensati e dannosi. È cioè l’unica bussola affidabile e il più potente strumento analitico e decisionale, dunque anche politico.

C’è anche un altro vantaggio. Quando una certa tecnologia diventa disponibile, non è pensabile cavarsela con divieti e restrizioni normative. Soprattutto non come atteggiamento predefinito, quasi dovuto. Non dovremmo vietare perché siamo spaventati o perché è più comodo, ma solo se possiamo dimostrare che quella tecnica è dannosa

o se i rischi del suo utilizzo sono più alti delle alternative. E per fare questo, serve la scienza e il suo animo liberale e antiautoritario.

Non dovremmo vietare nemmeno quando sappiamo che alcuni usi sono sbagliati ma che la loro proibizione sarebbe destinata a fallire. Se l’insuccesso è sicuro o molto probabile, non è una buona strategia prevedere una norma coercitiva con la consapevolezza della sua inutilità.
A questo proposito mi viene in mente quanto scriveva Steven Pinker sulla diffusione delle informazioni, in particolare quelle genetiche. Avrebbe forse senso impedire alle persone di cercare informazioni sul proprio genoma? E come potremmo ottenere un simile risultato? Sembra più ragionevole concentrarsi sul contenimento dei possibili effetti negativi e sul corretto utilizzo degli strumenti che abbiamo a disposizione.

Insomma non è solo discutibile vietare in assenza di ragioni, ma a volte è impossibile. E allora la soluzione meno insoddisfacente è – di nuovo – fornire gli strumenti per evitare e prevenire gli abusi. Nel caso delle informazioni genetiche, per esempio, si può incentivare la diffusione delle conoscenze biologiche di base, si può spiegare cosa comporta un determinato allele o la natura della ricerca genetica.
Non è mai una buona idea illudersi di eliminare i rischi e di risolvere le questioni morali attraverso i divieti.

Nell’appello per il diritto alla scienza inviato alle Nazioni Unite, il primo punto è proprio la considerazione della scienza come strumento e garanzia di una società aperta, liberale e democratica. Una democrazia che non rischi di essere un involucro vuoto. Un dibattito che sia davvero tale e l’educazione alla scienza sono due condizioni necessarie per garantire i diritti fondamentali.

La scienza e la ricerca sono i mezzi più potenti per tutelare il nostro benessere. Ma il benessere ha un profilo a volte ambiguo e paradossale: quando stiamo bene, tendiamo a dimenticare che la nostra condizione non è un dono divino, bensì il risultato di un processo lungo e laborioso e che non ha niente a che fare con le divinità. Viviamo meglio e più a lungo di un tempo grazie alla scienza, non riconoscerlo è pericoloso. Dovrebbero ricordarselo quelli che fanno appello alla “natura” – qualsiasi cosa significhi – perché non è la natura che ci ha permesso e ci permette di vivere bene, ma è il nostro continuo sforzo contro la natura. La razionalità e la scienza sono controintuitive e richiedono uno sforzo costante. Chi ha l’animo pigro è ovviamente sedotto da questa rivisitazione nostalgica che confonde le comodità con qualcosa di scontato.

Il Congresso mondiale aspira ad avere un carattere permanente, al fine di promuovere la ricerca scientifica nel mondo e la libertà.

Spesso le leggi hanno ostacolato irragionevolmente la scienza e, di conseguenza, il nostro benessere: potremmo ricordare il divieto di sperimentazione sugli embrioni e le limitazioni della ricerca sulle sostanze di abuso.
Spesso l’opinione pubblica s’è lasciata sedurre da ciarlatani come Davide Vannoni, fidandosi di Stamina e, allo stesso tempo, giudicando gli OGM pericolosi.

Le ricadute della ricerca scientifica – cioè il suo profilo politico – sono come un organismo vivente. Non basta farlo nascere. È necessario prendersene cura, alimentarlo, farlo crescere.
Un ottimo esempio dei rischi di un abbandono è l’interruzione volontaria della gravidanza. Regolata dalla Legge 194 quasi quarant'anni fa, la possibilità di ricorrere a un servizio medico essenziale è stata sempre più oppressa dalla condanna morale, dall’abuso dell’obiezione di coscienza, dalle bugie sulle conseguenze di un aborto volontario sulla salute psichica e fisica delle donne che vi fanno ricorso. Senza un’attenzione costante, la Legge 194 è stata corrosa dall’interno e lo stigma è stato rafforzato e trasformato in un argomento (dovremmo dire in una fallacia) paternalistico che mira a ripristinare il divieto invocando il dolore necessario e universale di chi abortisce.

La scienza non può essere direttamente trasformata in decisioni politiche. Si pensi al caso dei vaccini e dell’obbligo vaccinale. La sicurezza di uno strumento e la policy che lo regola sono strettamente intrecciate ma non coincidenti. Ma, ancora una volta, il metodo scientifico può darci indicazioni preziose per passare da un piano all’altro e per spiegarci perché il complottismo affascina così tante persone, quali sono gli strumenti più efficaci per rassicurare chi è spaventato, come dovrebbero regolarsi i medici e i rappresentanti istituzionali.

La funzione della scienza come motore democratico è spesso ignorata o sottovalutata. In parte perché la diamo per scontata, in parte perché siamo animali abitudinari e quindi quello che ci è familiare è buono e giusto, quello che non ci è familiare è una minaccia per la natura umana. C’entra forse anche l’età, come suggerisce Douglas Adams nelle regole delle nostre reazioni alla tecnologia: “Qualunque cosa sia stata inventata dopo che abbiamo compiuto trentacinque anni va contro l’ordine naturale delle cose”.

Serve uno sforzo costante per non tremare al cospetto del fantasma – tante volte evocato – della malvagia tecnoscienza, della nostra presunta tracotanza e della violazione di chissà quali limiti. Per non alimentare il pensiero magico e per non considerare la superstizione come una soddisfacente spiegazione del mondo. E, infine, per non confondere la libertà con l’assenza di regole e la legge del più forte.

Proteggere la possibilità di fare ricerca non significa solo proteggere il diritto degli scienziati e dei ricercatori, ma soprattutto il nostro diritto di beneficiarne. Se dovessimo riassumere in poche righe, potremmo dire che la scienza è la migliore alleata della democrazia (dovremmo sempre ricordarci di aggiungere liberale), e la democrazia è la migliore alleata della scienza.  Le loro buone condizioni di salute sono causa e sintomo delle nostre.

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